Carlo Lorenzini (Collodi).
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Un romanzo in vapore.
Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
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2010. Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini. PISTOIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione. 
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Un romanzo in vapore si colloca all'avanguardia della nuova tradizione letteraria nata con la ferrovia e che non far che arricchirsi man mano che la tecnologia della locomozione a vapore si affermer e che il treno diventer una realt sempre pi importante nella vita quotidiana, prima che la sua immagine sia offuscata dall'arrivo dell'automobile e dell'aereo. E senza dubbio questo il suo merito pi grande.
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MICHLE MERGER.
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Questo testo  stato curato dalla Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, promossa e istituita dal Ministero per i Beni e le Attivit Culturali con Decreto Ministeriale del 9 giugno 2009 per iniziativa della Fondazione Nazionale Carlo Collodi Istituzione Culturale, D.P.R. 1313/1962 CARLO COLLODI con il patrocinio della Regione Toscana.
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L'Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, alias Collodi (Firenze, 1826 1890),  il giusto riconoscimento dell'importante ruolo di questo scrittore nella storia della letteratura. 
Il capolavoro Le avventure di Pinocchio, la cui essenza satirica e liberatoria lo rende uno dei pi originali classici della letteratura per grandi e piccoli,  ovunque celebre. Senza di esso non sarebbe possibile comprendere n una ricca tradizione della letteratura italiana per l'infanzia (ma anche internazionale), n le ragioni di certe scritture novecentesche, da Cesare Zavattini a Giovannino Guareschi, incluso il raffinato umorismo di Alberto Savinio, che a lungo pens non a caso ad un commento a Pinocchio. L'intelligente e complesso gioco dell'umorismo e la capacit di captare i sentimenti profondi dell'essere umano, ma anche la straordinaria felicit e compiutezza formale dello stile, fatto di ritmi vivaci e di una lingua chiara, moderna nella sua essenzialit, ricca di registri e aperture lessicali, fa di Lorenzini-Collodi il fine incisore dell'italiano contemporaneo e un vero e proprio ambasciatore della lingua italiana nel mondo.
Lorenzini spicc nella vita e nella letteratura dell'Ottocento per l'ampiezza e la molteplicit dei suoi orizzonti culturali, per la vitalit e il valore dei suoi libri. Protagonista del Risorgimento, sia combattendo volontario nelle due prime guerre d'indipendenza, sia animando giornali come il Lampione, Lo Scaramuccia o La Nazione, LorenziniCollodi fu un fautore della modernit e del progresso della nazione. Viaggiatore instancabile per l'Italia allo scopo di tenere contatti utili alla causa risorgimentale, divenne ben presto anche il maestro del giornalismo comico-umoristico, di cui dette prova nel Fanfulla. Con memorabili resoconti satirici dell'attivit parlamentare e le cronache burlesche della vita italiana, ne mise alla berlina arretratezze ed oscuri giochi d'interesse. Attenzione alla societ, passione letteraria e politica, si trovano anche nei romanzi e nelle prose destinate agli adulti: dai Misteri di Firenze (1857) a Macchiette (1880), dai Ragazzi grandi (1873) a Occhi e nasi (1881). Partecipando al dibattito sul romanzo stimolato da Manzoni, e con un occhio alla coeva letteratura internazionale, Lorenzini mir sempre alla ricerca di un originale realismo in grado di evitare sia i residui del tardo Romanticismo sia, pi avanti, certa idolatria del reale propria del Naturalismo. Umorismo, comico, grottesco, assurdo, connotano cos vicende e protagonisti di quelle opere, satire dei miopi orizzonti culturali e socio-politici della Toscanina e dell'Italia dell'epoca, di cui si condannavano l'arretratezza, il parassitismo dell'aristocrazia, l'immobilismo contadino e lo scarso sviluppo di una moderna, dinamica, borghesia capitalistica. Autore versatile, Lorenzini contribu pure alla rinascita del nostro teatro a cui si dedic per oltre un ventennio con fortune alterne: lo am il pubblico, gli fu ostile la critica, disorientata dallo sguardo disincantato, se non spietato, sulla societ italiana. Quella critica non ignorava la vasta e pionieristica attivit critica di Lorenzini nel campo del teatro di prosa, n la sua competenza di interprete letterario, fra i primi a notare l'esordio di Giosu Carducci ad esempio; o di penetrante critico d'arte e musicale. Lorenzini-Collodi fu anche il primo a cogliere l'importanza dei Macchiaioli e a sostenerne la battaglia di svecchiamento delle istituzioni e delle forme artistiche, cosicch la sua produzione critica rappresenta anche un prezioso contributo documentario alla storia dell'arte ottocentesca. Infine, con i vari Giannettino (1877), Minuzzolo (1878) ecc., in cui sono saldati inserti narrativi e nozioni, Collodi rivoluzion non solo la manualistica destinata alle scuole elementari ma anche la seriosa pedagogia del tempo.
 tutto questo a fare di Carlo Lorenzini-Collodi uno scrittore straordinario; e il suo capolavoro Le avventure di Pinocchio  tale proprio perch assomma in s anche l'esperienza artistica, intellettuale ed umana di tutta una vita, e di grande profondit.
L'Edizione Nazionale delle Opere di Lorenzini, condotta con solidi criteri storico-filologici, metter pertanto a disposizione degli studiosi e dei lettori appassionati un materiale tanto vasto quanto ricco di prospettive nuove, di scoperte, di preziosi suggerimenti per la nostra cultura. I quattordici volumi previsti raccoglieranno, oltre all'immancabile Pinocchio, i romanzi e altri testi narrativi per gli adulti, i numerosi e vari articoli giornalistici, i manuali scolastici e le altre opere di amena lettura destinate all'infanzia, il teatro, nonch una biografia dell'autore, le lettere, la bibliografia e gli indici.
Questa ampia opera di studio e divulgazione  stata promossa dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, a coronamento di una cinquantennale attivit di ricerca e promozione culturale, con la partecipazione e il contributo intellettuale degli studiosi che ne fanno parte. Al Ministero per i Beni e le Attivit Culturali va il merito di aver accolto la proposta della Fondazione con grande sensibilit, istituendo l'Edizione Nazionale, concretamente sostenuta dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, dal Ministero per i Beni e le Attivit Culturali e dalla Regione Toscana che la patrocina, e dando cos prestigioso riconoscimento ad un autore mondiale dalle salde radici toscane.
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DANIELA MARCHESCHI.
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PREFAZIONE. di MICHLE MERGER.
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Quando nel 1856 Carlo Lorenzini pubblica Un romanzo in vapore, l'infatuazione generale per le ferrovie si  impadronita di quasi tutti gli stati europei. Nella Penisola  proprio la linea Firenze-Livorno che, trenta anni prima, era stata l'oggetto di uno dei primi grandi progetti ferroviari degli stati preunitari. Infatti,  a partire dall'ottobre 1826, ovvero un anno dopo l'inaugurazione della prima linea ferroviaria del mondo a trazione a vapore da Stockton a Darlington, che nasce l'idea di costruire una strada ferrata tra Firenze e Livorno. Bisogner attendere il 1838 perch il governo granducale conceda ai banchieri Pietro Senn ed Emanuele Fenzi l'autorizzazione a costituire una compagnia e, come sottolinea assai giustamente Lorenzini,  solo nell'aprile del 1841 che il decreto di concessione della linea viene pubblicato. Malgrado i ritardi accumulati, dovuti a imprevisti finanziari e tecnici che il nuovo modo di trasporto generava, l'inaugurazione del primo tratto tra Livorno e Pisa, nel marzo 1844, e il suo completamento nel giugno 1848 hanno costituito due degli eventi salienti del regno di Leopoldo Secondo.
In Toscana come altrove, l'introduzione del treno a vapore, assimilato all'arrivo della modernit,  stato descritto dagli eruditi locali o da giornalisti desiderosi di celebrare un punto fondamentale della storia della loro citt o della loro regione. Essa  stata ugualmente aH'origine della pubblicazione di un gran numero di piccole guide, generalmente concepite in un modo un po' arcaico e tali da presentare tutto un interesse documentario e storico. Queste opere, in effetti, non si proponevano solo di descrivere il profilo della ferrovia, i percorsi proposti ai viaggiatori, ma anche di evocare brevemente la storia delle localit servite dalla linea. L'opera di Lorenzini, il cui sottotitolo indica chiaramente che si tratta di una guida storico-umoristica, si iscrive in questa nuova tradizione editoriale che, in
Toscana, era apparsa otto anni prima con la pubblicazione della celebre Guida del viaggiatore sulle strade ferrate da Firenze a Livorno e da Firenze a Prato di Carlo Chirici.
Un romanzo in vapore non pu, tuttavia, essere unicamente etichettato come guida ferroviaria, perch le sue caratteristiche lo collocano al crocevia di molte tradizioni letterarie e lo rendono inclassificabile. Assomiglia a quelle numerose pubblicazioni francesi intitolate Train de Plaisir che corrispondono, nella maggior parte dei casi, a delle semplici fantasie letterarie, ricche di episodi comici legati pi o meno alla ferrovia. Si iscrive nella tradizione dei racconti di viaggio pubblicati sulla falsariga del celebre Sentimental Journey di Laurence Sterne, in quanto l'insolito e l'effimero hanno libero corso, ma il carattere patetico o drammatico delle scene a cui assiste l'illustre viaggiatore fiorentino  volto in derisione, e noi ci troviamo in presenza di un procedimento stilistico comparabile a quello che adotta in un altro campo, quello del disegno, il francese Honor Daumier. Non  assurdo affermare che Lorenzini crea cos il comico ferroviario in Italia.
Un romanzo in vapore fa capire inoltre al lettore ci che gli studi storici metteranno in luce in modo scientifico nel secolo successivo. La ferrovia costituisce una meraviglia della tecnica che viene a sovvertire le abitudini acquisite da una societ e da una civilt dai ritmi di vita lenti(1). Portando rapidit e precisione, l'arrivo del treno a vapore, a cui l'autore consacra un capitolo intero, e che sembra obbedire a delle regole strettamente legate alla tecnica(2), crea nuovi ritmi e modifica paesaggi che da secoli non subivano profonde trasformazioni. Lorenzini mostra in maniera ironica ma non meno certa che un mondo comincia a scomparire: il capostazione e il macchinista si sostituiscono ai postiglioni; il violentissimo e inarmonico fischio delle possenti e fragorose locomotive rimpiazza gli schiocchi di frusta dei cocchieri. Si sviluppa un nuovo modo di viaggiare e nuove forme di socializzazione appaiono sui treni, nelle stazioni o sui binari. Infine, la magia della velocit cambia il rapporto fra spazio e tempo e permette ai viaggiatori di avere un'altra visione del mondo, prova ineluttabile che il viaggio in treno  molto pi che un semplice spostamento.
Il lettore l'avr compreso, ai nostri occhi Lorenzini  un precursore. Preannuncia ci che sar il treno quale fonte di ispirazione pi o meno mistica per numerosi autori degli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e degli inizi del ventesimo, periodo che, bisogna ricordarlo, corrisponder in letteratura come nell'economia dei trasporti, all'et dell'oro del treno(3). Un romanzo in vapore si colloca all'avanguardia della nuova tradizione letteraria nata con la ferrovia e che non far che arricchirsi man mano che la tecnologia della locomozione a vapore si affermer e che il treno diventer una realt sempre pi importante nella vita quotidiana, prima che la sua immagine sia offuscata dall'arrivo dell'automobile e dell'aereo.  senza dubbio questo il suo merito pi grande.
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MICHLE MERGER.
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Note.
1. Si veda Franois Caron, Histoire des chemins de fer en France. Tome premier, 1740-1883, Paris, Fayard, 1997, p. 588.
2. Si veda Le voyage en France. Anthologie des voyageurs franais et trangers en France aux XIXeet XX' sicles (1815-1914), d. par Jean Marie Goulemot, Paul Lidsky et Didier Masseau, Paris, Robert Laffont, 1997, p. 3.
3. Si veda Marc Baroli, Le train dans la littrature franaise, in critures du chemin de fer, textes runis et d. par Franois Moureau et Marie Nolle Polino, Paris, Klincksieck, 1997, p. 16.
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Un romanzo in vapore.
Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
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Strade Ferrate italiane in attivit, in costruzione e in progetto (2).
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Lombardo-Veneto.
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La rete delle Strade Ferrate del Regno Lombardo-Veneto consiste nelle seguenti linee.
Da Milano a Como per Monza, la strada si arresta alla Stazione estrema di Camerlata presso Como, con uno sviluppo totale di chilometri 44,13, di cui chilometri 11,63 da Milano a Monza, e chilometri 31,50 da Monza a Camerlata. Oltre queste Stazioni principali, la linea passa ancora per le secondarie seguenti, cio: Sesto, Desio, Sergno, Camnago, Cucciago, e Camerlata.
Da Milano a Treviglio per una lunghezza di chilometri 30,95 aperta fino dal 17 Febbraio 1846 rilega tutte le seguenti stazioni, cio: Milano, Limiso, Melzo, Cassano, Treviglio.
La linea da Milano a Treviglio, doveva esser continuata per Verona e Venezia, ma recenti disposizioni hanno variato in parte l'andamento che deve riunire le due capitali del Regno, per cui la nuova linea rilegher le stazioni che appresso: Venezia, Mestre, Mirano, Dolo, Ponte di Brenta, Padova, Posana, Vicenza, Tavamelle, Montebello, Lonigo, S. Bonifacio, Caldiero, S. Martino, Verona, Somma Campagna, Castelnuovo, Peschiera, Pozzolengo, Desenzano, Lonato, Ponte S. Marco, Rezzato, Brescia, Ospedaletto, Coccaglio, Bergamo, Monza e Milano. La porzione di questa linea in esercizio, oltre la sopracitata da Milano a Monza,  quella da Venezia a Coccaglio, della lunghezza complessiva di chilometri 202,09, dei quali chilometri 2,78 da Venezia a Mestre; chilometri 34 da Mestre a Padova; chilometri 30,32 da Padova a Vicenza; chilometri 48,16 da Vicenza a Verona; e chilometri 86,83 da Verona a Coccaglio, tronco che fu aperto al pubblico servizio il 22 Aprile 1854.
Un altro ramo di Strada Ferrata portar dovrebbe da Venezia a Trieste, passando per Pordenone e Udine, ma di questo non ne sono costruiti che chilometri 92,21, i quali partendosi dalla stazione di Mestre, legano il seguente itinerario: Mestre, Mogliano, Preganziol, Treviso, Lancenigo, Spresiano, Piave, Conegliano, Pianzano, Sacile, Pordenone e Casarsa, ove il tratto che unisce queste ultime due Stazioni fu messo in esercizio il 15 Ottobre 1855.
Dalla linea principale che unisce Milano e Venezia, si staccano due diverse diramazioni, che una da Verona lungo l'Adige, mira a congiungersi con Innsbruck capitale del Tirolo, le cui costruzioni, sono molto avanzate, e l'altra diramazione, che  gi in esercizio per la lunghezza di chil. 33,29 va da Verona a Mantova, passando per le stazioni intermedie di Dossobuono, Villafranca, Mozzecane e Roverbella.
Tutte queste linee appartenevano al T. e R. Erario, ed il Governo col contratto del 14 Marzo 1856 stipulato in Vienna, le vend alla Societ rappresentata dai sigg. Principe Schwarzenberg, Conte Zichy, DeRothschild, Duca di Galliera, Duca Melze, Conte Archinto, Mondolfo, Brot, Blount, Laing, Bastogi, Talabot e Uzielli, con l'obbligo di completare le suddescritte di gi in esercizio, con i seguenti tronchi, cio: Da Coccaglio per Bergamo a Monza, con diramazione su Lecco.
Da Casarsa per Udine a Cormons presso Naltresina.
Da S. Antonio di Mantova, alla sinistra sponda del Po, presso Borgo Forte: oltre i tronchi i suddetti signori si assunsero ancora l'obbligo di eseguire le strade ferrate che appresso:
Da Milano per Lodi fino a Piacenza, onde congiungersi colla Centrale Italiana, con una diramazione da Melegnano al confine presso Pavia, per rannodarsi alla strada ferrata Sarda per Genova,
Da Milano al confine sardo presso Buffalora, onde congiungersi colla strada ferrata Sarda per Torino, con una diramazione per Sesto Calende in corrispondenza colla navigazione sul Lago Maggiore.
In propriet dello Stato sono rimaste la linea in costruzione da Verona, Roveredo e Balzano per la Valle dell'Adige, e l'altra da Trieste a Naltresina.
Alla rete Lombardo-Veneta, si annoda ancora la Centrale Italiana, concessa in Vienna ai sunnominati signori per contratto del 17 Maggio 1856; questa strada della lunghezza complessiva di chilometri 285 congiunger Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna e Pistoia in Toscana. Una diramazione si staccher a Reggio per Guastalla fino alla destra riva del Po, per congiungersi, mediante un ponte su questo fiume, all'altro ramo proveniente a Borgoforte, da S. Antonio di Mantova. La Centrale Italiana appartenendo a diversi stati dell'Italia di mezzo, li percorre nelle seguenti proporzioni:
Il Parmense per chilometri 65 85
Estense  8179
Il Lombardo  6 74
Il Pontificio  94 83
Il Toscano  35 80
TOTALE chilometri 285 00
I TELEGRAFI percorrono tutte le Strade Ferrate in esercizio, e dove la interruzione di queste non ne permetterebbe la continuit, sono condotti lungh'esso le strade postali.
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Piemonte.
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La rete delle Strade Ferrate del Regno Sardo, ha il suo centro in Torino, dalle cui Stazioni si partono le diverse linee, quasi tutte concesse ed esercitate da Compagnie particolari, ad eccezione della grande linea da Torino ad Alessandria e Genova, con la diramazione da Alessandria per Novara, al Lago Maggiore.
La gran linea da Torino a Genova, della complessiva lunghezza di Chilometri 166 passa per le stazioni intermedie di Moncalieri, Truffarello, Cambiano, Pescione, Val di Chiesa, Dusino, Villafranca, S. Damiano, Asti, Annone, Felizzano, Solero, Alessandria, Frugarolo, Novi, Serravalle, Arquata, Isola del Cantone, Ronco, Busalla, Pontedecimo, Bulganeto, Rivarolo, e S. Pier d'Arena. La diramazione da Alessandria per il Lago Maggiore, ha le seguenti stazioni: Alessandria, Valmadonna, Valenza, Torreberetti, Sartirana, Valle, Olevano, Mortara, Borgo Lavezzaro, Vespolate, Novara, Oleggio, Borgomanero ed Arona, della complessiva lunghezza di Chilometri 102. Un'altra piccola diramazione si stacca dalla precedente in Mortara unendosi con Vigevano, che trovasi alla distanza di Chil. 15.
DA TORINO A NOVARA per Vercelli comprende le seguenti Stazioni sopra una lunghezza di Chilometri 93. Torino, Settimo, Chivasso, Torazza, Saluggia, Livorno, Bianz, Santhi; per Biella tuttora in costruzione: la quale toccher le stazioni intermedie di Candelo, Saluzzola, Vergnasco e Maggionevolo sviluppandosi per una lunghezza di chilometri 29.
DA Torino A Cuneo. Questa strada potrebbe chiamarsi una diramazione di quella dello Stato dalla quale si stacca alla Stazione di Truffarello, e dirigendosi a Cuneo distante da quivi chilometri 85 passa per le stazioni di Truffarello, Villastellone, Carmagnola, Racconigi, Cavallermaggiore, Savigliano, Fossano, Maddalena, Centallo e Cuneo. Anco da questa linea, evvi un piccolo braccio in costruzione da
Cavallermaggiore a Br, per la lunghezza di chilometri 13.
DA TORINO A SUSA. Sono chilometri 53 di strada che collega le stazioni di Torino, Collegno, Alpigiano, Aosta, Avigliana, S. Ambrogio, Condova, S. Antonino, Borgone, Bussolino e Susa. Questa strada former parte della Vittorio Emanuele, destinata a traversare il Moncenisio, fra Bardoneche e Modane, da dove discendendo la riviera dell'Arco si congiunger a Chambry, e poscia con le strade ferrate francesi, e con l'altro ramo che staccandosi da Chambry, giunger ad Annecy, sul quale i lavori di costruzione sono attivati fra Chambry ed Aix les Bains.
DA TORINO A PINEROLO. Vi sono chilometri 38 di linea che riunisce le stazioni di Torino, Sangone, Nichelino, Candiolo, None, Aiasca, Piscina, Riva e Pinerolo.
DA GENOVA A VOLTRI. Questa linea si stacca dalla stazione di S. Pier d'Arena e, dirigendosi lungo la riviera di Ponente, giunge a Voltri con uno sviluppo di 14 chilometri.  tutt'ora in costruzione e, quantunque si stacchi dalla linea dello Stato, si costruisce da una compagnia privata.
ITELEGRAFI Sardi mettono in comunicazione tutte quante le Stazioni delle sudescritte strade ferrate, e di pi si dirigono all'Estero per cinque rami diversi, cio da Genova per Nizza con Marsiglia,
Da Genova per la Spezia, ove la linea con un ramo si congiunge con Massa di Carrara ai Telegrafi Estensi e Toscani, indi con l'altro ramo con un Telegrafo sottomarino che riunisce la Corsica, la Sardegna e l'Affrica,
Da Torino e Susa per il Moncenisio a Chambry coi Telegrafi francesi per Lione,
Da Torino per Novara al confine Lombardo, al ponte di Buffalora, si congiunge con Milano.
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Toscana.
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Le Strade Ferrate in attivit sono: la Leopolda, la Maria Antonia
la Centrale Toscana, la Lucca-Pisa e la Lucca-Pistoia esercitate con Locomotive, e la Carbonifera di Montebamboli a Torre Mozza, esercitata a Cavalli.
Le Strade Ferrate in Costruzione, ed in Progetto, sono la Centrale Italiana e l'Aretina, la quale mira ad essere continuata per Roma.
LEOPOLDA, Parte dalla Stazione di Firenze, fuori la Porta al Prato, e giunge a Livorno con uno sviluppo di Chilometri 95 13.
MARIA ANTONIA, Parte dalla Stazione entro la Citt di Firenze, e tocca le Stazioni di Rifredi, Castello, Sesto, Calenzano, Prato, S. Piero Agliana, e finalmente Pistoia, dove si congiunger colle Strade ferrate Lucchesi e con la Centrale Italiana, con uno sviluppo di chil. 33 3 4.
CENTRALE TOSCANA, Si dirama dalla Stazione della Leopolda in Empoli, e quindi si dirige a Siena, passando per le Stazioni di Granaiolo, Castel Fiorentino, Certaldo, e Poggibonsi, con uno sviluppo di chilometri 63 5 6.
STRADE LUCCHESI, Queste due linee che possono chiamarsi anco una sola Strada Ferrata, per essere in continuazione fra loro, comprendono le seguenti Stazioni, cio: quella di Pisa fuori di Porta a Lucca, indi la Stazione di S. Giuliano, di Ripafratta, Lucca, Altopascio, S. Salvadore, Pescia, Borgo a Buggiano, Monte Catini, Pieve a Nievole, e Pistoia, con
lo sviluppo complessivo di chilometri 64 2 3.
CENTRALE ITALIANA, Questa strada in costruzione partir dalla Stazione di Pistoia, comune alle altre strade rammentate, e toccando le Stazioni di S. Felice e Pracchia, giunger nello Stato Pontificio alla Stazione Confinaria di Porretta, con uno sviluppo di chilometri 43.
ARETINA, Questa strada sta per esser concessa, per cui non si conosce che sommariamente il suo andamento, il quale avr origine dalla Maria Antonia, diramandosi fra il Ponte di Mugnone, e la Stazione di Rifredi, quindi volgendo a Levante, costegger Firenze, passando a Rovezzano, e lungo la destra
sponda dell'Arno fino al Ponte a Sieve, toccher le Stazioni dell'incisa, Figline, S. Giovanni, Montevarchi, Levane ed Arezzo, per continuare al confine Pontificio con una lunghezza di chil. 115 circa.
I TELEGRAFI percorrono tutte le strade ferrate in esercizio, pi la Linea che da Pisa corre a Massa di Carrara, ove si mette in comunicazione con gli Stati Estensi, e quindi con i Sardi.
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Stato Pontificio.
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Niuna Strada Ferrata evvi in esercizio, soltanto ve n'hanno due in costruzione, cio, la prima da Roma a Frascati, la seconda forma la continuazione della Centrale Italiana sudescritta, la quale dalla Stazione confinaria di Porretta, prosegue per Bologna, toccando le Stazioni intermedie del Vergato, e del Sasso con uno sviluppo di chilometri 56. Da Bologna continua verso Modena, e prima di giungere al Torrente Panaro, confine Pontificio-Estense, tocca le Stazioni di Lavino, Samoggia, Castelfranco, con uno sviluppo di Chilometri 31.
I TELEGRAFI dovranno percorrere le Strade Ferrate allorch saranno in attivit, ma per ora sono disposti lungo le Strade Postali. Essi comunicano con gli Estensi a Modena, ed hanno Stazione a Bologna, da dove un ramo si dirige a Ferrara, e l'altro traversando tutte le citt dell'Emilia, si dirige ad Ancona e quindi a Roma, da dove il Filo continuando per
Terracina, comunica con i Telegrafi Napoletani.
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Regno delle Due Sicilie.
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Due sono le Strade Ferrate del Regno, che una detta Strada Regia da Napoli per Caserta, tocca le seguenti Stazioni intermedie, cio, Castelnuovo, Acerra, Cancello, Maddalone, Caserta, S. Maria e Capua, indi un piccolo ramo si stacca da Acerra, e conduce a Nola. L'altra strada partendo da Napoli, si dirige a Salerno e, costeggiando quasi sempre il mare, passa per le stazioni di Portici, Torre del Greco, Torre dell'Annunziata, Pompeia, Scafati, Angri, Pagani, Nocera e Salerno, con una piccola diramazione, che da Torre dell'Annunziata giunge a Castell'a Mare, con uno sviluppo complessivo di Chilometri 89.
Sono state recentemente concesse anche le linee seguenti, da Napoli agli Abruzzi fino al Tronto, passando nelle vicinanze di Aversa, Amoroso, Piedimonte di Alife, Isernia, Castel di Sangro, Lanciano, Ortona,
Pescara e Tronto, con quattro diramazioni, che una su Ceprana passando in vicinanza di Mignano e S. Germano; l'altra per Popoli, una terza per Teramo e l'ultima infine per S. Severo.
Da Napoli a Brindisi, passando in prossimit di Avellino, Bovino, Troia, Foggia, Barletta e Bari.
I TELEGRAFI percorrono le Strade Ferrate; pi si dirigono al Confine Pontificio, e rilegano insieme le seguenti citt dello Stato, cio: Napoli, Cancello, Caserta, S. Maria, Capua, Mola, Terracina, Nola, Salerno e Avellino.
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Capitolo 1.
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Un motto degli Americani.
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Lo stile  l'uomo, ha detto Buffon(3).
Il motto  l'uomo, rispondo io.
La sentenza del filosofo francese e pi speciosa che vera; molte volte
lo stile non  l'uomo. Lo stile, domandatelo ai grammatici,  un artifizio della rettorica: e come tale, a farlo apposta, pu mirabilmente servire a nascondere l'indole e i sentimenti dello scrittore.
Nerone, per dirvene una, passava la met delle sue giornate a rimare in stile mellifluo e affettuoso, dei Canzonieri d'Amore, all'uso di Petrarca, Missirini e C.(4), mentre spendeva l'altra met, come sapete,
o nell'apostrofare colla punta del piede il ventre di Poppea, sua candidissima consorte, o nel fare illuminare le vie di Roma con fanali a resina e pece, aventi per lucignolo,5 dei poveri cristianelli, che rifiatavano ancora!
Dunque lo stile molte volte non  l'uomo! Se di Orazio Flacco non ci restassero che il Carme Secolare e gli altri componimenti civici di siffatto conio, noi tutti, venuti al mondo tanti secoli dopo, potremmo ritenere in buona fede che il lipposo Venosino fosse stato il quirite pi strenuo e il cittadino pi integerrimo di tutta Roma(6). E perch no? eppure il suo stile talvolta  accigliato e severo come la faccia di un Anacoreta, tal'altra  belligero e fiutante a nari aperte l'odor della battaglia, come il cavallo di Giob(7). E invece, credetelo pure, il lirico latino non avea nulla di comune n cogli anacoreti n coi cavalli della Scrittura: anzi racconta egli stesso, come alla battaglia di Filippi gettasse (non bene!) lo scudo, raccomandando la vita alla concitata ginnastica dei calcagni, e forse masticando fra i denti quel distico del Malmantile:
Meglio  dire un poltron qui si fugg Che qui fermossi un bravo e vi mor!(8).
Dunque lo stile molte volte non  l'uomo!
Prendetemi Goethe! Chi non conosce la sua Margherita? e qual'altra creatura, o vera o fantastica, parl mai parole s appassionate e roventi d'amore? eppure quelle parole cadevano dalla penna dell'uomo forse il pi freddo, il pi insensibile e il pi egoista di tutta la bionda Germania(9).
Dunque?
Dunque lo stile molte volte non  l'uomo! E cos, di mano in mano, vi porterei gli esempi all'infinito, se l'infinito fosse compatibile con un volumetto in 18 o colla pazienza in 24 del benevolo ma sempre annoiato lettore!
Lo stile molte volte non  l'uomo!
Il motto  l'uomo!, Il motto coglie l'individuo, quando men se l'aspetta, gli sfugge dalle labbra, e lo compromette per tutta la vita.
Basta un motto, basta un aforismo o una sentenza, perch un uomo si riveli tutt'intero quant'egli , agli occhi dei presenti e dei futuri.
Quando l'ex-vescovo Talleyrand disse che, la parola era stata data all'uomo per mascherare i propri pensieri(10), egli non si avvide che in questa sentenza c'era tutta la biografia e il ritratto al dagherreotipo(11) di s medesimo, vale a dire, c'era dentro dipinto a vivi colori lo spiritoso diplomatico che aveva avuto, nella sua lunghissima vita, una parola di fanatismo per la Rivoluzione del 93, un delirio per il Consolato, un altare per l'impero, un'apoteosi per la restaurazione del 15, e un'Osanna per i cosacchi del Don, entrati militarmente in Parigi!
Lo stato son'io!, disse Luigi XIV, e questo motto vi rende l'immagine del monarca pi grande e pi dispotico che abbia avuto la Francia(12).
Quando il Principe di Metternich si lasci scappare dalla bocca, dopo di me, il diluvio!, offerse all'umanit il modello pi perfetto, che possa aversi, dell'uomo fuso in sistema!(13).
Lasciatemelo ripetere: il motto  un dagherreotipo; il motto  uno specchio che riflette l'individuo, l'epoca e il paese!
Il denaro fa tutto, ha detto la Francia del secolo decimonono: e questo aforismo nazionale  spuntato per l'appunto, come un prodotto indigeno, l in quel paese dove fiorisce il Puff, dove alacremente si studia per il miglioramento della razza dei Canards, dove la Rclame assorda gli orecchi, fin da lontano le cento miglia, come la caduta del Niagara, dove la Blague  una gualchiera a moto-perpetuo, dove
insomma la celebrit, il talento e il successo son ridotti a questione di tariffa, e dove la specie monetata ha vittoriosamente risoluto il gran problema della Scienza infusa!!(14).
Intanto bisognava coniare una formula che rappresentasse l'epoca attuale, e questa gloria  toccata agli Stati (per ora) Uniti d'America.
Il tempo  moneta!, ha gridato l'Americano, del lito meridionale e del settentrionale, alla vecchia Europa! e la vecchia Europa si  scossa al rumore di questa formula, tutta di metallo sonante, ed ha ripetuto in coro, il tempo  moneta!(15).
Ecco il motto di un popolo mercante: ecco la divisa di un secolo banchiere! ecco il grido d'allarme, ecco l'hourra(16), di tanti milioni d'uomini, che corrono, baionetta in canna, all'aumento del capitale, e alla gran conquista della Borsa, lo storico Vello d'oro degli Argonauti moderni!
Non ci perdiamo in illusioni: non ci divaghiamo in fisime di glorie passate e di tradizioni coperte di polvere: non intorbidiamo la prosa finanziaria dell'epoca, col miscuglio di una poesia eterogenea e dissolvente.
Ogni cosa ha il suo tempo!
Passarono i fasti di Roma antica e del suo popolo. Da quella razza alla nostra ci corre tanta disproporzione, che non ho potuto giammai prendere sul serio la storia romana, e l'ho sempre considerata come la mitologia di un'epoca pi recente.
Il Medio-Evo  uno scheletro tarlato dal tempo e dalle leggende, tutto chiuso dal capo ai piedi, dentro una pesante armatura di ferro, eccellente arnese per far atto di presenza nei Musei e nei templi consacrati all'Antiquaria. Chi se ne giova, lo tocchi!
I cavalieri della tavola rotonda, inventati dall'Arcivescovo Turpino, le Dame rapite, i castelli merlati, i ponti-levatoi, il corno dell'Araldo, il liuto del Trovatore, le gualdane, i tornei, le giostre, i Crociati, le risse dei Comuni, la ruggine dei Guelfi e dei Ghibellini, son tutte anticaglie, roba passata di moda, buona soltanto a tagliarci sopra qualche novella, per consumo dei ragazzi, o qualche libretto per musica, ad uso dei coltivatori del contrappunto(17).
Date un'occhiata al Secolo di Leone X, e ditemi se non vi pare un'epoca di transizione, un momento di sciupo e di sperpero di sostanze, largamente profuse a proteggere e incuorare dei vani trastulli, che pomposamente si gratificavano del titolo di arti liberali. I Mecenati di quel
tempo, mi diceva giorni sono uno scontista(18), mi paiono tanti figli di famiglia, meritevoli di essere sottoposti alla tutela di un curatore. E lo scontista non la pensava male!
Ora, la Dio merc, le cose e gli uomini mutarono radicalmente d'aspetto. Il mondo  uscito dal regno delle nuvole e dei fantasmi dorati, e di proposito si  messo sulla via del positivo(19).
Il guadagno  l'unica falsariga delle nostre operazioni. Al di l del francescone e della specie monetata, comincia il mitologico e l'ideale, innocenti trastulli per le fantasie o malaticcie o aberrate(20). Il luogo che gi tennero le buone azioni e le grandi azioni,  stato occupato adesso dall'azioni di banca e dall'azioni delle strade ferrate. Il libro del Dare e Avere,  il nuovo patto di solidariet statuito fra le genti:  la forza magnetica che collega i popoli fra loro, e li amalgama in una sola famiglia. L'esistenza, sfrondata da tutte le fisime e le smancerie, su cui i nostri padri basarono la loro grandezza, fu ridotta, poco pi poco meno, ad un'operazione di calcolo infinitesimale. Tutta l'attivit e la vita dei tempi nostri, resulta dalla guerra sorda, incessante, che si fanno fra loro i due grandi partiti in cui si  divisa la Societ, il partito dei Creditori e quello dei Debitori.
Il genere umano  attaccato da un'epidemia universale, dalla febbre dei sbiti guadagni. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, che passa oziosamente,  un'occasione perduta, un deficit nella cassa dello speculatore. Le braccia dell'operaio parvero fatte apoplettiche e colpite di paralisi: le distanze da un punto all'altro diventarono interminabili, eterne: la lettera scritta non bast pi alla velocit del genio industriale.
Il tempo  moneta, allora grid l'americano. Il tempo  moneta, ripet da un capo all'altro tutto il vecchio continente.
Questa formula, quasi per incanto, gener le macchine, il vapore e il telegrafo. I rimasti senza lavoro, cacciarono un grido di dolore: ma la societ  un campo di battaglia, dove chi cade, cade, e i battaglioni serrati degli speculatori e degli uomini di affari passano sul corpo de' feriti, irresistibilmente condotti dal loro supremo generale, l'interesse, alla moltiplicazione indefinita del Capitale.
Oh! il genio della speculazione  senza piet!
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Capitolo 2.
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Il Vapore.
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Non v'insospettite dal titolo; non abbiate paura. Come! e potete credere che io voglia parlarvi del vapore e dei suoi progressi? Che Dio me ne guardi! ragionarvi di queste fandonie a voi, lo so, sarebbe la stessa cosa che voler portare
Semelli a Pisa e nottole ad Atene!(21).
E qual' quell'ignorante, al giorno d'oggi, che non abbia studiato un po' di fisica? e qual' quella marmotta, che prima di aver fatto un viaggio in vapore, da Firenze a S. Donnino, non abbia anticipatamente voluto mettersi in giorno sulla storia delle Strade Ferrate in generale, e su quella della Leopolda in particolare?
La Dio merc, ai tempi che corrono, la scienza non  pi un mistero per pochi, ma bens un libro aperto, dove leggono tutti: e l'istruzione, rinnuovando il miracolo dei cinque pani e dei cinque pesci,  giunta a satollare con piccolissima spesa le turbe affamate!
Trovatemi un ignorante, a questi lumi di luna, e ve lo pago a peso d'oro! E dire che neppure i celebri musei di Londra e di Parigi, conservano, nelle loro vetrine, un campione di questa razza totalmente distrutta! Che lacuna nella Storia naturale!
Dunque, come io diceva poco sopra, state tranquilli, perocch io sono convintissimo che voi tutti abbiate sulla punta delle dita la storia del vapore, delle sue applicazioni, e dell'origine e progressi delle Strade Ferrate! N
io ve ne far la pi piccola parola: anzi mi unir con voi a guardare con occhio fiero e provocante questa terribile potenza, che l'uomo ha soggiogato, e che esso pu crearsi da un momento all'altro in qualunque luogo si trovi, purch possa disporre di un po' d'acqua e di un po' di fuoco.
Datemi un bicchier d'acqua ed un fiammifero, e vi faccio
camminare la casa, diceva quello studente, che dopo aver fatto all'Universit di Pisa i suoi quattr'anni... di biliardo e di zecchinetta, ritornava addottorato in scienze, fra le braccia del vecchio genitore(22).
Lo vedr volentieri!, soggiunse il vecchio genitore, che non era poi cos gonzo, come forse lo supponeva l'audace figliuolo. E detto fatto, comand alla fantesca che portasse un bicchier d'acqua e un fiammifero.
Lo studente-laureato, trovandosi posto al cimento, non indietreggi: prese il bicchiere dell'acqua e lo bevve: col fiammifero accese un sigaro supposto d'Avana(23): e quindi, senza scomporsi n tanto n quanto, prese a dire:
In primis et ante omnia, sapete voi cos' il vapore?(24).
No; me l'aspettava. Il vapore, vi direbbe il mio professore di Fisica,  un fluido aeriforme che si produce dall'allontanamento delle molecole dei corpi, mediante il calorico. Ma siccome questa definizione potrebbe riuscire un po' ribelle alle funzioni digestive del vostro stomaco, cos mi far lecito di tradurvela in quella lingua, che argutamente fu detta lingua povera, appunto perch  intesa e parlata da tutti, e vi dir che il Vapore non  altro, alla fin dei conti, che quel fumo pi o meno denso prodotto dall'ebullizione dell'acqua. Da questo dovete arguire che l'origine del Vapore  antichissima, perch probabilmente rimonta all'epoca in cui fu fatta bollire la prima pentola intorno al fuoco!
Il Vapore ebbe in seguito cento e cento applicazioni ai diversi rami d'industria. I pi opinano che l'Inghilterra fosse la prima, fra le altre nazioni, ad applicare questa forza motrice alle macchine dei suoi imponenti Opifici. Tant' vero che l'amore grandissimo del guadagno fu sempre lo svegliarino pi potente che poss'avere avuto l'ingegno dell'uomo!
Restava a servirsi del Vapore, come mezzo di locomozione: e i primi tentativi furono fatti applicandolo ai piccoli battelli e alle barche dei canali navigabili e dei grossi fiumi. Quest'importante invenzione, gl'inglesi l'attribuiscono a Gionata Hull; gli americani a Fulton. E gli italiani?
e gli italiani, se fossero gente da badare a queste frivolezze, potrebbero citare certe lettere del Serati, stampate in Firenze nel 1757, nelle quali si parla di una Barca a vapore posta in movimento sul Po.
In ogni modo, c'era stato il celebre Papin, che fino dal 1695 aveva indicati i mezzi per ottenere la navigazione a vapore, ma senza tentarne l'esperimento(25).
Ed ora ditemi un poco: come si poteva egli credere, che quelle
informi e difettose locomotive, che servivano appena a far muovere una barca di poche braccia, dovessero poi, nel corso appena di 40 anni, raggiungere tanta forza, col perfezionarsi, da far correre i vascelli colla velocit della rondine, e da trionfare dei flutti irati dell'Oceano?
Quando l'americano Fulton (che fu prima pittore, poi orefice, quindi ingegnere) present a Napoleone il modello del suo
Steam-boat (battello a vapore) vogliono gli storici, che il gran capitano facesse a questa invenzione una fredda accoglienza, e la ritenesse per cosa di poco rilievo e di problematica utilit. E l'aneddoto dev'essere storico: perch dal 1815 in poi, non c' stato scolaretto di grammatica e di umanit che, nobilmente inasprito, non abbia rinfacciato continuamente a Napoleone due grandissimi torti: quello, cio, d'aver disconosciuto l'utilit e l'avvenire dello Steam-boat, e l'altro, di aver perduto la campagna di Russia! Due errori imperdonabili! specialmente dopo la battaglia di Waterloo e dopo il perfezionamento delle Locomotive!
Il fatto sta, che allorquando il gran Capitano, sotto la scorta degli inglesi, veleggiava a bordo del Bellerofonte verso il fatale scoglio di Sant'Elena, vide in alto mare una colonna di fumo, che, disegnandosi sull'orizzonte, velocemente si muoveva, come una nuvola sospinta dal vento(26).
Cosa  quel fumo, in distanza?, chiese Napoleone, volgendosi agli uffiziali che gli stavano dattorno.
Maest,  il Fulton (il Naviglio portava il nome del suo inventore)
Il Fulton?, riprese il gran Prigioniero, e quasi lo pungesse un tardo rimorso, non aggiunse parola.
Dopo le prime esperienze delle barche e dei piccoli battelli a vapore, si cominci a tentare l'applicazione di questa forzamotrice anche alle vetture di terra. Dicesi che il dottor Robinson fosse quello che ne concepisse la prima idea; ma fu soltanto verso il 1802, che si fecero i relativi esperimenti sotto la direzione dei due ingegneri Vivian e Trewithick.
Le prime vetture a vapore, costruite in Inghilterra, erano cos imperfette e sottoposte ad anomalie, che furono quasi esclusivamente adoperate per trasportare il carbon fossile dal luogo delle miniere alle diverse citt del regno. Finalmente nel 1816, Stephenson e Losh apportarono significantissimi perfezionamenti nelle Vetture a vapore.
Ma per la locomotiva divenne tale, quale presso a poco la
vediamo anche oggigiorno, soltanto nell'anno 1828.
In quell'epoca, i pi celebri costruttori dell'Inghilterra entrarono in lizza e per la prima volta le genti maravigliate videro alcune macchine correre colla velocit di 8 a 10 leghe all'ora. Questo trionfo tocc all'ingegnere Stephenson, il quale ottenne siffatti prodigiosi risultamenti, coll'applicare alle sue macchine due invenzioni che i francesi (i quali pretendono di avere inventato anche il Sole e il modo di fare i Pantondi) dicono e sostengono d'origine francese(27).
Intanto l'apertura della Strada fra Liverpool e Manchester, inaugurata con quelle locomotive, perfezionate dallo Stephenson, segn un avvenimento memorabile nei fasti della civilt moderna: perch si videro, quasi per miracolo improvviso, cambiate affatto le relazioni precedenti fra lo spazio ed il tempo.
Cos l'industria delle strade ferrate si pu dire che ebbe il suo vero principio nel 1830.
Da quell'anno in poi, le locomotive andarono ogni giorno pi perfezionandosi e completandosi, dimodoch attualmente nell'Inghilterra e nell'America vi sono alcune strade ferrate, sulle quali si percorrono fino a40 leghe all'ora!! (NB. Il collo dei passeggieri non  garantito!).
La costruzione delle ferrovie, fino dal bel principio, fu accordata esclusivamente alle Societ private; (salvo l'eccezione di alcuni paesi) ma
i Governi con apposite ordinanze determinarono e vollero, in dette costruzioni, tutte quelle condizioni suggerite dall'arte e dall'esperienza, onde l'incolumit dei passeggieri fosse il pi possibilmente assicurata. Malgrado per tutte le precauzioni e i provvedimenti presi, si ebbero a deplorare sulle strade ferrate gravissime sciagure, derivate, o dallo scoppiamento delle caldaie, o per l'incontro di due convogli sulla medesima rotaia, o per deviamento delle ruote dalle loro guide (rails)(28).
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La forza del vapore.
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Ma cos, di mano in mano, e colla scusa di raccontare l'aneddoto dello studente di Pisa, non m'accorgeva che io vi andava facendo la storia del vapore e delle strade ferrate, cose tutte, che voi sapete benissimo, e che non avete bisogno che nessuno ve le venga a insegnare.
Se per caso, fra i miei lettori, vi si trovasse qualche passeggiero pi
o meno Stephenson, lo prego a voler considerare il presente Capitolo, come se fosse nullo e non avvenuto!
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Capitolo 3.
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Profilo della Strada Ferrata Leopolda da Firenze a Livorno(29).
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Appena uscito di sotto alla navata della grande Stazione di fuori la Porta a Prato, il convoglio del Vapore corre per brevissimo tratto al fianco del delizioso passeggio delle Cascine, del quale si vedono le ridenti e spaziose praterie, i lunghissimi viali, ornati di platani e di alberi, le decenti e bene architettate case coloniche.
Sulla destra, trovasi il canale denominato Macinante, il quale staccandosi dall'Arno all'estremo della citt si conduce sino al Bisenzio, dopo di avere animato per via e messo in movimento diversi mulini ed opifici. Le belle rive dell'Arno e le amene colline dei dintorni di Firenze si mostrano al viaggiatore. Signoreggia sulla sinistra la villa di Castel Pulci, cos denominata per un possesso della famiglia, cui appartenne Luigi Pulci, autore del poema, Il Morgante.
Poco dopo si passa dappresso al Borgo di S. Donnino, detto S. Donnino a Brozzi, dove  la prima fermata dei Treni che partono da Firenze.
Signa  il castello che s'incontra poco al di l del Bisenzio, dirimpetto al primo ponte sull'Arno, tra Firenze e Pisa.
Comparisce quindi sulle colline a sinistra la Villa delle Selve, sul colle a destra quella d'Artimino.
La via-ferrata, seguitando il suo corso, attraversa l'Ombrone pistoiese in vicinanza del suo sbocco, al principio dello stretto passo denominato la Gonfolina, ove l'Arno scorre incassato in rupi di duro macigno, tra i poggi di Artimino e di Malmantile, Castello che dette argomento al giocoso poema di Lorenzo Lippi.
Quindi si passa l'Arno sopra un ponte composto di cinque luci di presso a 50 braccia ognuna e formato con pile di muramento sulle quali riposano quattro file di architravi di ferro fuso, sorretti, per maggior solidit, con tiranti di ferro lavorato, a sostegno dell'impalcatura. Un tale
sistema di costruzione, adottato in alcune strade ferrate d'Inghilterra,  stato recentemente perfezionato dall'ingegnere Stephenson, per renderlo pi robusto. Esso presenta il vantaggio di risparmiare molta altezza nelle montate, e serve all'uopo di trapassare con molta obliquit. Riesce per assai costoso. I ferramenti del Ponte sull'Arno che pesano circa 720 mila libbre costano approssimativamente lire 900 mila; cosicch la spesa dell'intero ponte ascender presso a poco ad un milione e 500 mila lire.
Trovasi, oltr'Arno, Samminiatello villaggio e Montelupo castello con rocca, bagnato dalla Pesa; di fronte a Montelupo scorgesi sulla ripa destra del fiume l'altro castello di Capraia.
Incontrasi poco distante da Montelupo la Villa Granducale, detta l'Ambrogiana.
Pontorme rimane alla destra della via ferrata in prossimit del torrente Orme.
Quindi si trova Empoli, e la sua nuova stazione, ora di recente fabbricata, essendo stata incendiata la prima nel 26 Febbraio 1849.
Alla stazione d'Empoli si unisce la Strada Ferrata proveniente da Siena per la Valle dell'Elsa. La via Leopolda traversa questo fiume, che percorre una lunga valle, in cui  Certaldo, patria del Boccaccio. Le acque di quel fiume hanno ai primi tronchi la propriet d'incrostare i corpi che vi si immergono.
Sulla collina a sinistra torreggia il castello di S. Miniato, poco lungi dalla piccola stazione di S. Pierino.
Nel percorrere questo tratto di via ferrata veggonsi sulla destra e oltre Arno, Fucecchio, S. Croce, Castelfranco. Da Fucecchio prendono nome le prossime basse terre, altra volta palustri, ora per gran parte bonificate, principalmente col sistema delle colmate.
S. Croce  la patria dell'eruditissimo Lami(30).
Castelfranco siede al pari dei precedenti paesi nella amena Valle dell'Arno. Dietro ad esso si mostrano le ubertose colline di Montefalconi, S. Maria a Monte e Montecalvoli. Appaiono sulla sinistra quella di S. Romano (luogo di Stazione) e di Montopoli, e scorgesi da questa parte la villa signorile dei Capponi, Varramista, ove  sepolto lo storico del reame di Napoli, Pietro Colletta.
Quindi s'incontra la Rotta (altra Stazione) e non molto dopo,
sulla sinistra del fiume Era, la ricca terra di Pontedera, che trovasi prossima al terzo ponte sull'Arno tra Firenze e Pisa.
Dalle Fornacette, che trovansi al di l di Pontedera, si staccava un Canale diversivo sfogatore dell'Arno, aperto collo scopo di condurre al mare per il fosso (perci denominato Arnaccio) una parte delle acque nelle grandi escrescenze del fiume, onde si facessero meno funeste le sue inondazioni alla citt e pianura di Pisa: mezzo riconosciuto in fatto pi dannoso che utile, perci disapprovato dal matematico Viviani e quindi soppresso(31).
La Stazione di Cascina  prossima al piccolo paese di tal nome: quella successiva di Navacchio sta in mezzo alla ricca pianura sparsa di case e copiosa di abitatori, che avvicina Pisa. Oltre Arno, sulla destra, offresi alla vista del passeggero, il Monte Pisano colle sue cave di sasso, coll'antica Certosa al piede, e con una delle sue rinomate cime, la Verruca.
La Stazione di Pisa rimane fuori della citt sulla sinistra dell'Arno. La Stazione della via ferrata fra Pisa e Lucca, trovasi sulla destra del fiume, all'altro estremo della citt medesima, in situazione per che possano un giorno le due strade ferrate riunirsi.
Da Pisa a Livorno si conduce la via ferrata Leopolda in una sola retta, attraversando una parte dei terreni acquitrinosi di Coltrano, regia tenuta, gi coperta di selve e di paduli.
Poco al di l della Stazione di Pisa, appariscono allo sguardo del Viaggiatore i maggiori e famosi monumenti di quella citt; fra i quali la singolarissima torre o Campanile pendente. Passa poi la via sopra il canale navigabile tra Pisa e Livorno detto
dei Navicelli, quindi il fosso detto Calambrone, per cui mettono in mare tutte le acque della pianura meridionale Pisana.
Al di l del Calambrone, presso al quale vedesi la polveriera per uso dei forti di Livorno, entra la strada nello spazio ora interrito che formava l'antico e celebre porto Pisano.
E il Convoglio giunge a Livorno. La Stazione di Livorno  prossima alla porta detta di S. Marco, ed alla gran Darsena del Canale proveniente da Pisa, dalla quale s'introducono le barche nei diversi canali navigabili entro la citt.
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Capitolo 4.
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Una riflessione in Fiacres!
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Alla Stazione della Strada Leopolda! galoppo raddoppiato! en marche!
E il vetturino non intese a sordo: affibbi due colpi di frusta sopra una carcassa di cartapecora, coperta di un pelo brinato, avente l'effigie di un ronzinante a quattro gambe, e il fiacre si messe in moto(32).
Intanto, nel mentre che io finiva di accomodare le mie gambe dentro il circuito della quadriga, mi venne fatto di voltarmi a sinistra, e vidi un individuo grosso e traverso, tutto vestito di panno nero da capo ai piedi, il quale, dopo avere interrogato una dozzina di vetturini, sul prezzo che esigevano per trasportarlo alla Stazione fuori la Porta al Prato, s'era finalmente risoluto di far la strada colle proprie gambe, anzich (diceva esso, borbottando e camminando) sottoporsi ad essere scorticato vivo da questi Pirati di terra ferma.
L'individuo in questione era un terrazzano, lo rivelava a colpo d'occhio per tale, il suo soprabito di panno nero, che gl'impediva la libera circolazione del sangue sotto le braccia e respettive adiacenze: lo dicevano i suoi pantaloni di forma conica, il suo corpetto a giustacuore, la sua cravatta a colori diversi e fiammanti, come l'arcobaleno!(33). E quand'anco fossero mancati tutti questi connotati, sarebbe stato sufficiente a qualificarlo per un prodotto della provincia, quello spirito d'economia mal'intesa, e quel sospetto continuo di esser preso per il collo, sospetto che accompagna quasi sempre il terrazzano, ogni qualvolta si reca per affari alla Capitale.
La sua faccia, ben pasciuta e rubiconda, non aveva nulla di singolare: era una di quelle tante facce comunissime che s'incontrano frequentemente per le fiere e per i mercati della campagna, e che oggi le vedete mobili e svelte sopra gli omeri di un grosso negoziante d'olio, mentre domani vi si presentano stupide e incassate dentro la cravatta bianca di un Consigliere di Municipio.
Lo spettacolo di questo bipede che, sotto la sferza nascente di un sole di Giugno, si accingeva a percorrere a piedi il lungo tragitto che divide la piazza del Duomo dalla Stazione della Leopolda, caricato, com'era, per giunta di una grossa ventriera di quattrini legata alla vita, e di un'enorme sacca da notte sotto il braccio, mi richiam involontariamente a varie e diverse meditazioni.
Oh!, gridai fra me e me con un accento pi drammatico che vero
l'uomo non era fatto per andare a piedi!
Io non conosco sulla terra l'essere pi decaduto dell'Uomo pedone. Togliete dall'Ebreo Errante le sue scarpe inchiodate a doppio suolo, e calzatelo di vitello patinato, ed avrete l'immagine al vivo dell'uomo condannato a camminare a piedi per tutta la vita.
Quando anche mi dovessi trovare in aperta opposizione con Buffon, e con tutti i pi celebri naturalisti antichi e moderni, nonostante tornerei a ribattere la mia opinione:
L'uomo non era fatto per andare a piedi!
E dov' egli mai il decoro e lo splendore di questo Re degli animali, quando lo costringete a camminare pedestremente, come l'infimo dei suoi sudditi, come il pi vile fra i suoi vassalli?
Io credo che una buona dissertazione storico filosofica sulla Scuderia, dai tempi pi remoti fino al giorno d'oggi, potrebbe giovare moltissimo a mostrare gli sforzi continui che ha fatto in ogni epoca la societ umana, pur di cancellare dalla faccia della terra la vergogna dell'Uomo pedone(34).
Un ultimo e disperato tentativo, fu l'invenzione del Velocipede!, ma, come tutte le grandi invenzioni fatte a benefizio dell'umanit, questa, fin dal suo nascere, venne calunniata e depressa! Forse alcuni vi faranno osservare che un popolo che va in velocipede non presenta un'idea troppo vantaggiosa di s; ma costoro hanno torto. Il velocipede, propriamente parlando, non  un trastullo;  un'idea,  una istituzione filantropica,  un atto di reazione della razza Giapetica oramai stanca di andare a piedi(35).
C' di pi; io non creder mai a questo tanto decantato amore per le bestie in generale e per i cavalli in particolare, fino al giorno che non vedr il velocipede rimesso in voga ed accettato indistintamente in tutte le rimesse.
Il Velocipede era l'amico dell'uomo!(36).
Intanto l'ostracismo dato proditoriamente a questo figlio della
Meccanica, fece s che da un giorno all'altro ritornasse in credito il fiacre, il fiacre, la vettura pi screditata di tutta la storia moderna. Sebbene le opinioni sulla maggiore o minore comodit del fiacre siano a tutt'oggi divise, pure, malgrado ci, anche i pi divergenti sono costretti a considerare questo mezzo di trasporto, come una dura necessit che pesa sopra tutti coloro che hanno per opinione, di non tenere nella stalla una carrozza e due cavalli in proprio. E le opinioni vanno rispettate!
Non so se il lettore abbia fatto un'osservazione; cio, che le persone, che ordinariamente vanno a piedi, quando per un dato bisogno o capriccio si servono qualche volta di una vettura, adoprano, nel raccontare questo avvenimento, un frasario che varia, a seconda della condizione e dell'et dell'individuo che parla. Per esempio:
I ragazzi al disotto dei 10 anni dicono: Andare in carrozza (qualunque trasporto a quattro rote, per i ragazzi, assume sempre l'importanza e il titolo di carrozza!).
Il provinciale, per il solito, s'esprime cos: ho preso una vettura!
L'uomo avvezzo, il lyon(37), e il borghese comodo, adoprano la frase:
 prendere un legno!
Il popolano fiorentino, potete contarvi, vi dice: siamo andati in Fiaccherrre!, I droski, i phaeton, le Malibran e tutte le altre nuances della gran famiglia delle vetture(38), non esistono per il popolano fiorentino, per lui, ogni vettura a nolo,  un fiaccherrre.
Dopo dieci minuti di mal vettura (che potrebbe far seguito al mal di mare) giunsi alla porta della Stazione e smontai.
E se ora qualcuno fra voi, amici lettori, volesse darsi l'aria di viaggiare per istruzione (frase che gli uomini inventarono apposta per iscusare il loro istinto al vagabondaggio!) e desiderasse pochi e precisi schiarimenti relativi alla grande Stazione della Leopolda, alle Macchine e alle cifre che rappresentano, non deve far altro che rivolgersi al primo impiegato che gli capita dinanzi, e se questi si trover in uno di quei quarti d'ora d'espansione, in cui, pur di avere un pretesto a cicalare, si pagherebbe qualcuno espressamente perch c'indirizzasse o dei quesiti da sciogliere o delle domande da soddisfare, sono certo che si far un piacere di rispondervi presso a poco cos: (NB. Se per caso l'impiegato, alla vostra dimanda replicasse con una
buona voltata di spalle a secco (modo abbastanza laconico, ma non abbastanza chiaro e persuasivo) voi potete dedurre francamente, o ch'egli si trova sotto un attacco nervoso, o che lo tormenta un piede leggermente pi grande del suo stivale nuovissimo, o che insomma non ha voglia di perdere
il suo tempo con voi, cause tutte, come capirete di prim'acchito, totalmente estrinseche e indipendenti da quella buona volont e da quell'antica cortesia, che furono sempre, ed ovunque, la duplice caratteristica degli impiegati in generale, e di quelli delle strade ferrate in particolare)...
Dunque, come io vi diceva poco sopra, avanti il prolisso NotaBene, se l'impiegato  in vena di farvi un tantino da Cicerone, vi risponder, parola pi parola meno, in questi termini storico scientifico tecnico amministrativi:.
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Capitolo 5.
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Stazione fuori di Porta al Prato.
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Il d 5 d'Aprile 1841 il Governo Toscano approvava le condizioni per la concessione ad una Societ Anonima formata dal Cav. Priore Emanuele Fenzi e Pietro Senn, negozianti e banchieri, della costruzione della Strada Ferrata Leopolda, da Firenze a Livorno, fissando a cento anni la durata del privilegio, dopo il qual tempo entrer il Governo nel pieno possesso e godimento di detta Strada.
Il progetto dei lavori fu fatto dall'ingegnere inglese Roberto Stephenson, che deleg, per dirigerne l'esecuzione, due ingegneri, parimente inglesi, cio Guglielmo Hoppner, per i lavori tra Pisa e Livorno, e Guglielmo Bray per quelli tra Pisa e Firenze.
Tutta la Strada, da Firenze a Livorno,  lunga circa a miglia 57, cio:
Da Firenze a Empoli Miglia 18
Da Empoli a Pontedera  16
Da Pontedera a Pisa  12
Da Pisa a Livorno  11
TOTALE MIGLIA 57
Il primo ramo di Strada Ferrata, che si aprisse in Toscana, fu quello tra Pisa e Livorno il giorno 13 Marzo 1844. L'apertura poi della Strada, nella sua totalit, cio da Firenze a Livorno, venne inaugurata il 10 Giugno 1848, sopra due sole guide.
Oggi tutta la linea  a doppia rotaia.
Si crede che la Strada Ferrata Leopolda, a lavori finiti, costasse alla Societ 34 milioni di lire fiorentine.
Cinque sono le Stazioni principali, che s'incontrano lungo la strada, cio:
Stazione di Firenze  Empoli  Pontedera  Pisa e  Livorno
Otto sono le Stazioni secondarie, vale a dire:
Stazione di S. Donnino a Brozzi, Signa, Montelupo, S. Pierino, S. Romano, La Rotta, Cascina,
Navacchio.
La Stazione di Firenze  lunga B.a 260, presso a poco, cio, quanto
il nostro Duomo(39). Comprende quattro binari di guide di ferro, fiancheggiati da un largo marciapiede, che serve per l'imbarco e per lo sbarco dei passeggieri. Fu eretta sul disegno dell'architetto Presenti, e la spesa di questo immenso fabbricato la fanno ascendere a poco pi di un milione di lire. La Leopolda possiede n. 20 locomotive.
Le macchine, che servono per il servizio giornaliero, provengono dalle migliori fabbriche inglesi e colla patente di perfezionamento dello Stephenson. Il loro peso varia dalle 50 alle 60 mila libbre, non compreso il tender e l'acqua della caldaia. Le Locomotive, in stato di partenza, pesano libbre 100.000 circa.
Le Macchine costarono in media, presso a poco, lire 64 mila ciascuna.
Queste locomotive, a calcolo fatto, consumano circa 24 libbre di carbon Cocke al miglio, coi treni dei passeggeri, e libbre 55 circa coi treni delle merci, e conguagliatamente percorrono un miglio in due minuti(40).
Il movimento annuo dei passeggeri  di circa 800.000 persone; e si divide cos:
La prima Classe
1,20
La seconda detta
6,10
La terza detta
11,20
La quarta detta
2
E pi: libbre 5 milioni in Bagagli; e 300 milioni, merci di ogni genere.
Nel tragitto da Firenze a Livorno, per treno ordinario, vi si impiegano tre ore, comprese per le fermate alle 12 stazioni, lunghesso lo stradale.
Non appena ebbi messo il piede dentro la navata della Stazione, che io mi trovai spettatore di una di quelle sublimi scene d'amore incompreso e d'abbandono ineffabile, che sono il cibo prelibato a cui, i poeti del giorno, fanno tanto la caccia, come potrebbero farla le api alle stille che spuntano sul fiore, o i can barboni alle mosche negli infuocatissimi solleoni d'Agosto!
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Capitolo 6.
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Un Romanzo.
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Addio!(41).
Immagina, o lettore, che questa mestissima parola cada mollemente dalle labbra fresche e vermiglie di una bionda di ventun'anno, per quindi andare a posarsi, forse accompagnata da un bacio e da un sospiro, sulla bocca tremante e semiaperta di un giovine bello, come l'Antinoo dei Greci, innamorato e fantastico, come lo Stenio di Giorgio Sand(42).
O Lettore! se non hai un'anima capace di comprendere (come direbbe un Ortis di 14 anni) tutta la solennit di quell'ineffabile momento, nel quale due spiriti innamorati si scambiano un ultimo Addio, se non hai un cuore capace di sentire (come direbbe una modistina dei nostri tempi)(43) tutta la poesia di due capigliature che si confondono, di due bocche che si avvicinano, di due sospiri che s'incrociano, di due mani che si stringono fra loro convulsivamente, allora salta a pi pari questo capitolo, questo capitolo non  fatto per te!(44).
Io lo dedico alle fibre che sanno commuoversi, agli occhi che sanno piangere, alle fantasie che sanno intendere e colorire. Se per caso, fra i miei lettori, ci fossero delle tigri, dei leopardi, degli orsi bianchi e... dei padroni di casa, che costoro vadano ad aspettarmi al capitolo seguente
e forse c'intenderemo.
Addio...
Proferita questa parola, a mezza voce e con un accento che sapeva di forestiero, la bellissima bionda si stacc risolutamente dal giovine che la teneva per mano e, direttasi ad un wagone di prima classe, vi salt dentro elegante e leggera, come la lodoletta dei campi, come la gazzella del deserto.
I pochi passeggieri che, dondolandosi in su e in gi per la gran corsia di fianco, o spenzolandosi agli sportelli delle carrozze,
stavano oziosamente aspettando che all'orologio della Stazione fosse dato l'ordine di accennare l'ora della partenza (sulle strade ferrate la disciplina del servizio  cos severa, che anche gli orologi dipendono dalla volont dell'ispettore!) tutti, chi pi chi meno, avevano posto mente a questa drammatica scena d'amore e d'abbandono!
Chi era la bella incognita?!
Era una giovine signora, svelta della figura, come il palmizio, elegante e profumata, come il cedro del Libano. Aveva i capelli di un biondo cenere: gli occhi grandi e celesti, il naso profilato e regolare. La sua pelle bianchissima e fine lasciava travedere i serpeggiamenti azzurri delle vene e delle grandi arterie: i suoi labbri, leggermente tumidi e sporgenti, rivelavano il tipo alemanno forse incrociato al sangue reale di qualcuno dei piccoli principotti della Germania.
Appena la disdegnosa bellezza teutonica, tutta chiusa e avviluppata in un ricchissimo scialle dell'Indie, si fu coricata con leggiadro abbandono sopra il cuscino del wagone, il povero giovine, che era rimasto muto ed immobile sulla porta della Sala d'aspetto, fece un gesto di disperazione mal dissimulata e disparve.
Straziante pantomima! L'incognita che, senza guardare, aveva tutto veduto (arte difficilissima, nota soltanto alle donne) trasse dalla piccola borsa di seta cremisi un fazzoletto di battista diafana e trasparente(45), se lo port con disinvoltura agli occhi, e dagli occhi lo fece discendere al naso!
Regola generale: una donna che ha bisogno di piangere e non vuol piangere, si tormenta il naso! Assistete a un dramma, a una tragedia, insomma a qualcuno di quei tanti spettacoli dove il pubblico si diverte a soffrire (tutti i gusti, son gusti, diceva quel turco che si faceva impalare per procurarsi un'emozione piccante!) e sentirete in mezzo al silenzio religioso dell'udienza, che i nasi delle donne sono i primi a dare il segno della commozione profonda e universale.
Ora vorrei un poco che i fisiologisti mi sapessero dire, all'incirca, quali nervi simpatici esistono fra il cuore e il naso, e come avvenga che la sede degli affetti e delle passioni si trovi in corrispondenza diretta con quella protuberanza cartilaginosa, di forma e di misura variabili all'infinito, che divide in due sezioni pi o meno uguali, la superficie dell'umano sembiante!
Se basta molte volte una rima, venuta a caso, per decidere un poeta a
fare un sonetto colla coda, o senza; se basta uno stornello, una bizzarria, un capriccio, cantarellato o fischiato sotto voce da qualcuno che passi nella strada, per ispirare ad un maestro di musica il largo di un gran finale,
o il motivo di un notturno, o la mossa di una galoppe', cos, credetelo pure, spesso non ci vuol altro che un'occhiata, una stretta di mano, o una parola mormorata fra due individui di sesso diverso, perch un povero giovine di fantasia sbrigliata, cominci subito ad almanaccare colla testa, e, forse senza avvedersene, si metta nel caso di tessere, sopra pochi dati di nessuna consistenza, un romanzetto d'invenzione per uso proprio, o una qualche leggenda immaginaria d'amore, degna di far seguito a tutte le leggende poco slave (e molto slavate!) dei nostri Bardi moderni(46).
Altrettanto accadde a me: l'episodio, fra la bellissima bionda e il giovine, mi aveva messo di mal'umore. Mille e mille pensieri cominciavano a ronzarmi per la mente. Chi sono quei due innamorati? qual forza tiranna li divide? qual' quel marito anti drammatico, che viene a frapporsi tra loro? E cos, di pensiero in pensiero, la mia mente si lanciava a volo per i campi del fantastico, allorquando mi accorsi che un incognito, seduto accanto a me, osava fissarmi addosso un par d'occhi sgranati e curiosi, n pi n meno, che se io fossi stato per esso un petrodattilo o un mastodonte(47).
Vi sono su questa terra certi esseri creati a posta per occuparsi dei fatti degli altri. Come la cicala campa di canto e rugiada, cos costoro vivono di storielle, di brache, di chiacchiericci, di piccoli pettegolezzi, di cronachette scandalose, e... di simili porcherie. Guardateli in faccia, e li riconoscete a colpo d'occhio. Tutta la loro fisonoma  sempre atteggiata in modo, che vi sembra un punto interrogativo, in permanenza. Le loro pupille mobilissime ed attente, i loro cigli in continua tensione, e il sorrisetto leggero e stereotipato, che hanno per abitudine a fior di labbra, rivelano quella febbre ardente di chiedere, di domandare, d'informarsi e di indovinare, che internamente li consuma.
L'individuo che mi stava accanto apparteneva a questa specie. Esso spiava attentamente il momento che io mi voltassi dalla sua parte o che per caso gli gettassi gli occhi addosso, per avere il destro di salutarmi, dirigermi qualche parola, e attaccar meco un poco di cicalata.
E difatti, non appena ebbi finito di girare la testa per veder bene a chi appartenessero le due lanterne che mi squadravano con tanta premura,
che il vampiro mi ferm con un sorriso(48), a modo di saluto, e stropicciandosi le mani mi disse:
Il signore, va a Livorno?
No.
Dunque si ferma a Pisa?
Neppure.
(Breve pausa: quindi il curioso soggiunse).
Cosa fanno a Pontedera?
Suppongo, che staranno bene.
 un bel paese Pontedera! lei ci va spesso: io credo gi d'avercela incontrata pi volte.
Pu darsi, ma io credo di non esserci stato mai...
Scusi, scusi: confondeva Pontedera con Empoli!  a Empoli che
io ho avuto il piacere di vederla.
Sar difficile...
Perch?
Perch Empoli lo conosco soltanto per quel che se ne vede dai vagoni della strada ferrata!
Ma sa che questa  curiosissima davvero! Eppure avrei giurato! Scusi la mia indiscretezza: ma lei, se non sbaglio, dovrebbe avere una villa a Montelupo.
La dovrei avere, ma non ce l'ho.
Intendiamoci bene: non dico precisamente a Montelupo, ma l nelle vicinanze; anzi a rigor di termine, la sua villa si pu dire che resta su quel di Signa.
Se lei crede che si possa dire... lo dica pure, soggiunsi io, soffiando come un istrice, ed alzandomi da sedere. Forse in altro momento l'insistenza di questo curioso mi avrebbe divertito, ma per l'appunto mi coglieva in un quarto d'ora, in cui il mio spirito era interamente occupato in altre cose, e fin coll'indispettirmi.
L'episodio dei due amanti mi stava fitto nel capo, e malgrado che io facessi di tutto per allontanarlo, nonostante di tratto in tratto mi tornava a frullare nel pensiero (stile delle streghe del Macbeth)(49), come il motivo popolare d'un'opera in musica, dopo finito lo spettacolo. Cercai all'intorno, se fra i diversi comunelli dei passeggeri, vi trovassi alcuno di mia conoscenza, che me ne sapesse dire l'istoria; ma invano: tutte
faccie sconosciute, o note soltanto di vista. Dal bisbiglio per che si andava facendo per la sala, e dai moti delle fisonomie, era facile accorgersi che gli uni interrogavano gli altri, circa l'avventura romantico sentimentale: ma la conclusione, era un ristringersi nelle spalle o uno sporgere dei musi in avanti
significantissimo gesto mimico, inventato dai napoletani, e che, tradotto nella lingua parlata, significa: non ne so un'acca!(50).
Mi accostai allora al parapetto d'una delle finestre della sala: e messo il capo fuori, per respirare una boccata d'aria fresca e mattutina, che correva scherzando e folleggiando sul greto verdeggiante dell'Arno, vidi fermarsi dinanzi alla porta d'ingresso della Stazione, un Droski di vettura, al terzo stadio di putrefazione, strascicato da un normanno trentenne, semoventesi sopra tre gambe soltanto (la quarta aveva le sue buone ragioni per non lavorare!) e condotto da un auriga eccessivamente democratico, con cappello all'Ernani in testa, il quale schioccava la frusta con tanta iattanza, come se avesse avuto nella vettura uno di quei favolosi lordi inglesi, inventati molti anni indietro dalla superstiziosa cupidigia del volgo, e che, stando alla tradizione passata di bocca in bocca, si divertivano a seminare di Sterline e di Napoleoni d'oro la strada che percorrevano, nelle loro umoristiche pellegrinazioni in Italia(51).
Ma invece di un Rothschild o di un Northumberland, vidi discendere dalla vettura il mio grosso terrazzano che era rimasto a piedi sulla piazza del Duomo. Aveva la faccia paonazza, come un cocomero varcato il limite della maturit: il sudore gli cadeva a rigagnoli sulle gote: e la lingua gli usciva fuori dalla bocca, come a un cane da presa quando ritorna dall'inseguire una lepre in aperta campagna(52).
Faccio in tempo?, domand, con ansia affannosa, al facchino che gli apriva lo sportello del legno.
Ci sono ancora dieci minuti alla partenza!
Il poveruomo rimase di sale, con una gamba in terra e coll'altra sempre appoggiata sul montatoio del Droski.
Eccovi il perch: egli aveva gi fatto pi di mezza strada a passo di carica, allorquando incontr il prelodato Droski, che tornava a vuoto, di fuori la porta. Il treno sta per partire, gli grid l'auriga dal cappello all'Ernani. A questa fulminante notizia, il terrazzano perse il lume degli occhi. Non c'era tempo da perdere: fu tanta la fretta, con cui sal nella vettura, che sdrucciol e si fece un'ammaccatura agli stinchi.
Vola, vola!, grid al vetturino, e il Droski si messe in tale ardenza, che, non essendo avvezzo a un moto cos disordinato, dopo venti passi, perdette l'equilibrio e ribalt per terra. Per buona sorte, il terrazzano ne usc libero, con una forte contusione sul capo ed una leggera slogatura al piede sinistro. Intanto la vettura, dopo lunghi e penosissimi sforzi, rimessa in piedi, arriv felicemente dentro la Stazione della strada ferrata. Ahim! tanta furia! e una vettura per giungere in tempo! Eppoi mancavano ancora dieci minuti alla partenza! Il pover'uomo s'avvide d'essere stato la vittima di un infame tradimento...
Cosa ti devo dare?, chiese, coi denti stretti, al vetturino.
Tre paoli, e la sua buona grazia!
E una matassa di spago, per farti una corvatta da collo, riprese l'altro. Quindi alterc, imprec, protest, maltratt, eppoi... eppoi pag i tre paoli, e si diresse a prendere il biglietto!
Tre paoli!, ripeteva fra s e s, tre paoli, per avermi preso a mezza strada! e sulla piazza del Duomo mi chiedevano una lira!
Forse il pover'uomo si credeva assassinato; ma egli ignorava, come ignorano molti, che la tariffa di una vettura varia a seconda della maggiore o minore urgenza che dimostra il passeggero nell'atto di noleggiarla! Avviso a chi n'ha bisogno!
Rallegrato da questa scena, tirai fuori un sigaro, e mi volsi all'intorno per vedere se vi era alcuno che potesse darmi del fuoco. Questo movimento non sfugg agli occhi del Curioso, il quale corse, in tutta fretta, verso di me e cavato da un astuccio, un fiammifero, me lo porse, dicendomi: Si serva.
Lo ringraziai con un cenno del capo!
Il Curioso cap che quello era un bel momento per tentare di riappiccicare il discorso: si still il cervello, onde trovar qualcosa che potesse interessarmi a intavolare un po' di conversazione. Pensa e ripensa, finalmente gli parve di aver beccato un argomento plausibile e nuovo e, fatta la solita stropicciatina di mani(53), mi disse con una cert'aria di gravit:
Bisogna convenire che i fiammiferi sono una grande invenzione!
Gi!, risposi io, con un laconismo degno di Cornelio Tacito e del suo traduttore fiorentino(54).
Io vi domando, riprese il mio persecutore, senza sgomentarsi, se abbia fatto pi vantaggio all'umanit l'empolese Barrier, coll'invenzione
dei fiammiferi, oppure Galileo colla scoperta del giramento della terra(55).
Questo quesito mi rivel che il Curioso non mancava di un certo spirito. Volli mostrarmi cortese e, per dirgli anch'io qualche parola, gli domandai se conosceva quel giovane e quella signora bionda, che...
Se li conosco!, grid interrompendomi, se li conosco! io!
io che so dove il diavolo mette la coda!
Vorreste un po' raccontarmi!
Io posso raccontarvi vita, morte e miracoli di tutti e due: del maschio e della femmina. Vi divertirete:  un romanzo, un dramma, una tragedia; insomma  tutto ci che volete. Immaginatevi che c' di mezzo una povera ragazza morta di crepacuore! Povera Giannina! l'ho conosciuta come... conosco voi! Eppoi c' un gran signore... ma oh! un signore che aveva i rusponi a cappellate!(56). Nessuno ha mai saputo se fosse marito, o amico: ma doveva essere marito, perch ha fatto sempre
lo gnorri... Poi c' un tentativo di suicidio... Insomma vi racconter tutto;  proprio una tragedia da carnevale...
Bravissimo, soggiunsi io, stringendogli affettuosamente la mano, mi racconterete tutto: dev'essere una storia molto interessante.
Da far piangere i sassi. Oh donne! donne!
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Capitolo 7.
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Signori, si parte!
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La campanella suon: il fischio della locomotiva Lacerator di ben costrutte orecchie(57)
echeggi sotto la soffitta della Stazione; gli sportelli delle carrozze, l'un dopo l'altro, fortemente sbattendo, si chiusero e il convoglio, fiottando con respiro sordo e affannoso, si pose in moto alla volta di Livorno!
Allorquando gl'ingegneri inglesi messere in attivit la prima Strada Ferrata, forse non pensarono alle mille miglia che quel rumore sordo della macchina, quel monotono acciabattarsi degli ordigni e delle ruote di ferro, e quell'anelito celere e soffocato del Vapore, che si sprigiona fremendo dalla caldaja, dovessero servire, dopo qualche anno, all'ispirazione dei maestri di Musica, e fornire il motivo a scrivere un romoroso Pot-pourri a pienissima orchestra, come di fatto  accaduto(58). Allorquando i primi esperimentatori di Strade Ferrate si turarono gli orecchi al violentissimo e inarmonico fischio della locomotiva, forse non supponevano che sarebbe venuto un giorno, in cui quel medesimo fischio avrebbe colmato di beatitudine e di volutt i pubblici colti e intelligenti, che con tanto di bocca spalancata assistevano all'esecuzione della gran Fantasia sul Vapore!
Oh! la musica  un pozzo senza fondo: c' stato pescato molto: ma ci resta ancora molto da pescare!
Chi poteva mai dire a Tubelcain, l'inventore dell'Incudine e del Martello, che sarebbe venuto un tempo, che questi due strumenti inventati originariamente per uso di fabbro e di maniscalco, avrebbero formato la gioia e la delizia degli amatori di Musica, nel secolo decimonono?(59). O
voi che maledite con tanta leggerezza i segatori di legname, quando affilano il loro stridulo arnese, sospendete, deh! sospendete sulle labbra la folle imprecazione! chi di voi pu conoscere quali effetti musicali, fra qualche mese, si potranno trarre dall'arruotatura della sega? Forse (e giova sperarlo per l'incremento dell'Arte) forse non  lontano il giorno, in cui questo modesto e vilipeso arnese, accusato finora dai suoi contemporanei, e calunniato di fare arrugginire i denti, avr un posto onorifico nell'orchestra della Pergola, fra il flauto del Ciardi e il clarinetto di Bimboni(60). Che il cielo affretti quel giorno!
Il wagone era pienissimo ed offriva, nel suo piccolo, una Galleria completa di capi originali e di caricature.
Statemi a sentire, disse il Curioso, sedendosi di faccia a me, perch la storia che sono per raccontarvi,  meritevole di tutta la vostra attenzione. Conoscete voi la signora bionda?
No!
Il giovine?
Nemmeno.
Tanto meglio. Sappiate dunque che quel giovane, che avete veduto poc'anzi,  un pittore forestiero...
Forestiero?, dissi io, con sorpresa.
Forestiero: esso  di Roma. Venne a Firenze due anni or sono;
io lo combinai per caso quando smont all'uffizio della Diligenza: e da quel giorno in poi, l'ho sempre veduto, l'ho sempre conosciuto, e non l'ho mai perduto di vista.
Bella costanza!, borbottai fra i denti.
Voi forse mi domanderete, come mai sono in caso di potervi raccontare la vita intima e le avventure amorose di questo giovine, ma ci mi dilungherebbe dal cammino, e sarei costretto a farvi la storia di un'altra storia! Dunque vado avanti, come ho incominciato, e dopo vi spiegher l'enigma. Una bella mattina di Aprile, il giovane pittore se ne stava nel suo studio, tutto intento a disegnare un quadretto d'invenzione. Che , che non , sente battere leggermente alla porta. La porta s'apre, e Scipione (cos si chiama il romano) vede presentarsi un elegantissimo groom, latore di un biglietto. Scipione apre il biglietto e... indovinate un po' cosa vi diceva? eccovi il testo:
Signore,
Questa sera, alle 11, vi aspetto da me! Spero non mancherete.
Ofelia(61)
PS. Vorrei farmi il ritratto.
Scipione non ci capisce nulla. Torna a guardare sulla sopraccarta per vedere se l'indirizzo sta bene, e l'indirizzo torna a capello. Immaginatevi le indagini, i castelli in aria, e le visioni poetiche che si succedettero, durante il resto della giornata, nella mente del povero artista. Venne finalmente la sera: l'orologio di piazza batt le 8, le 9, le 10... C'era ancora un'ora soltanto, e Scipione aveva addosso tutti i brividi della febbre...
A questo punto il Curioso interruppe il suo racconto improvvisamente, e guardandosi all'intorno con vivissima premura, esclam:
L'ho fatta bella!
Cosa vi  accaduto?
Mi sono dimenticato il Merlo.
Ma che Merlo?
Lasciatemi stare, per carit! La gabbia  rimasta alla Stazione!, Queste parole furono accompagnate da un gesto di collera indescrivibile. Il Curioso mi aveva parlato del suo merlo, come dell'unica persona cara che gli fosse rimasta al mondo.
Non avendo coraggio d'interrompere il mio interlocutore dalla sua cupa disperazione, mi voltai a sinistra dove un crocchio di sei o sette passeggieri, faceva un baccano e un vero casa del diavolo, a proposito di Firenze(62).
Quando avrete urlato ben bene, Firenze sar sempre la prima citt del mondo, disse un fiorentino puro sangue, con quell'accento aperto e spaccato, che a lungo andare, fa venire la languidezza di stomaco.
Firenze, soggiunsi io, propriamente parlando, non  una citt:  una casa: una casa, se volete, piuttosto grande, dove tutti siamo pigionali l'uno dell'altro. Per conseguenza, i Fiorentini costituiscono non gi una societ, ma una famiglia numerosissima, i di cui membri si conoscono quasi tutti per nome, e si salutano fra loro come vecchie conoscenze. Domandate, per esempio, al primo che incontrate per via, chi  il tale o il tal'altro, ed esso ve ne far la pi minuta biografia, ossia vi racconter candidamente ci che ne sa, ed occorrendo, anche ci che non ne sa(63). Imperocch,  tempo di riconoscerlo; i Fiorentini, generalmente parlando, peccano tutti un poco di poesia: ed ogni qualvolta si accingono a tessere la storia del prossimo, non mancano mai di abbellire il racconto con tutti i fiori dell'immaginazione e della rettorica. Se un onesto borghese, per esempio, si risolve un bel giorno ad abbandonare i domestici lari, per portarsi a visitare la vergine natura sulle Alpi, ecco che la cronachetta dei suoi concittadini scappa subito a galla. Cosa c' di nuovo?, Zeffirino parte. Per dove?, Per l'America. Si conosce il motivo?, Per abuso di calligrafia. (NB. Zeffirino sar il primo galantuomo del
mondo)(64). Ora accade qualche volta che la vergine natura delle Alpi inculca dei reumi ostinatissimi nel cervello balzano dei suoi appassionati visitatori. Il reuma di cervello, come tutti sanno, conduce allo spleen, e lo spleen(65), come sanno gl'inglesi, conduce diritto al suicidio. Il povero Zeffirino passa anch'esso per questa trafila, cio, va dal reuma di cervello fino alla pregustazione smodata dell'oppio inclusive, e la notizia giunge a Firenze, a posta corrente.
Zeffirino si  ammazzato!, Davvero? e si conosce il motivo?, Per debiti. E gli esempi anderebbero all'infinito. Domani una cantante di terza riga riscuote, con sua grandissima meraviglia, anche l'ultimo quartale(66). Con questi denari, piovuti dal cielo, essa corre a staccarsi un abito di raso, e dopo qualche giorno, viene a fare la sua solenne comparsa nel mondo. Bell'abito!, osserva qualcuno. Magnifico! risponde l'altro. Quanto dici che l'abbia pagato?, Bisognerebbe domandarlo al Conte B... (NB. Il Conte B. conosce appena di saluto la nominata cantante). Andiamo avanti. Erina, per dirvene un'altra, si trova in una posizione piuttosto equivoca di fronte a suo marito. Fortunatamente il marito  uno di quelli uomini d'acciaio, che hanno dei princpi saldi e delle convinzioni profonde. Il marito di Erina tiene per un fatto incrollabile la fedelt coniugale, e vive contentissimo(67). Tant' vero, che un giorno, vedendo il bel tempo, entra in un trespolo qualunque a quattro ruote e si fa condurre alle Cascine. Hai veduto?, No. Tizio  in legno. Tanto meglio per lui: e chi paga?, Uhm!!! (Quest'Uhm!  tenuto per due battute di tempo ordinario).
Avete ragione, soggiunse un giovine lungo e pallido, pettinato all'Assalonne, che mi restava seduto di fianco, avete ragione: Firenze ha tutti gl'inconvenienti delle grandi citt, senza averne i vantaggi. Qui non siete padrone di muovere un passo, o di girare la testa, senza che
tutto il vicinato lo sappia. E questa catena non interrotta di conoscenze, che mette in relazione, l'uno coll'altro, gli abitanti di un medesimo paese, sar sempre lo scoglio principalissimo perch in Firenze possa allignare e metter'erba il Romanzo Sociale(68).
Il signore si diletta a scrivere?
La mia vocazione mi ha chiamato fin da piccolo al Romanzo Sociale. Pi volte ho tentato riempire questa lacuna della italiana letteratura, ma dopo lungo stillarmi il cervello, mi son dovuto convincere che Firenze non era terreno da romanzi. Accingetevi, per esempio, a fare un Racconto sociale contemporaneo: credete voi che sia facile di metterne la scena principale nella nostra citt? No, se voi lo fate, scommetto cento contr'uno, che due terzi dei vostri lettori perderanno l'illusione del verosimile. Prendetemi i Misteri di Parigi, di Eugenio Sue. Leggendo questo racconto, voi credete di assistere a dei fatti veri, a degli avvenimenti che sembrano storici, perch il romanziere, all'occorrenza, vi dice il nome della strada, il numero degli usci, il piano della casa, l'insegna della taverna: e questi recapiti servono mirabilmente a dare un colore locale alla scena e una tinta di verit storica al fatto che raccontate. E ci si capisce e si ammette facilmente: perch nei grandi centri, come Londra e Parigi, dove un operaio pu comodamente morir di fame, o d'asfissia, senza che l'inquilino che abita il piano di sotto o di sopra, ne sappia nulla, tutto diventa probabile, tutto si rende possibile. Ma qui fra noi la cosa  diversa. Se mettete la scena in Firenze, e se gli avvenimenti che vi disponete a contare, hanno nulla nulla dello straordinario, il lettore fiorentino si pone subito in guardia, come se vogliate vendergli lucciole per lanterne, e dopo poche pagine, chiude il vostro libro con un'ironica scrollatina di testa. Come mai, dice egli fra s e s, possono essere accadute tutte queste cose, senza che io n'abbia avuto il minimo cenno?
Forse voi osserverete che questo soliloquio a prima giunta sembra un tantino comico: ma pure  cos naturale, cos istintivo, cos inerente alla natura del lettore, che sarebbe follia volerlo impugnare o mettere in dubbio! E quando il lettore ha ragionato fra i denti in siffatta guisa, credetemi pure che il vostro libro ha perduto il gran prestigio del verosimile, e il romanzo finisce col diventare insipido e inconcludente, come i celebri racconti della nonna, intorno al canto del fuoco.
Non dice male!
Anzi dico bene. Difatti, quando voi leggete nei romanzi francesi il nome di una strada o il numero di una porta, quel nome e quel numero per gli stessi abitanti di Parigi rappresentano semplicemente due punti topografici qualunque, dove possono benissimo essere accaduti i fatti che il romanziere racconta. Ma quando in un romanzo contemporaneo fiorentino vi saltasse l'estro di notare una strada o una porta di casa, trovereste cento, trecento, mille, che sarebbero in caso di dirvi con tutta esattezza chi abita il quartiere da voi designato e posto in scena, e il nome, cognome, professione... e moralit, di tutti gli inquilini che successivamente vi presero domicilio, da quarant'anni a questa parte. In conclusione,  verosimile per ogni lettore che a Londra e a Parigi abbiano luogo dei fatti, noti soltanto al romanziere che li racconta: ma egli  poi altrettanto inverosimile che possano succedere in Firenze degli avvenimenti un poco complicati o di qualche importanza, senza che due buoni terzi dei lettori fiorentini non ne sappiano un fico!
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Capitolo 8.
Stazione di S. Donnino.

San Donnino a Brozzi?, grid la guardia della Stazione, con una voce slombata di tenore in riposo(69).
Come ha detto?, chiese un giovine sui trent'anni, decentemente vestito, il quale dall'accento un poco serrato e da una certa sobriet di parole, dava subito a conoscersi per non fiorentino.
San Donnino!, gli ripet un grosso negoziante d'olio, che gli stava accanto.
Ah! San Donnino! riprese l'altro: e ridisse questa parola, quasi per volersi assicurare d'averla intesa per il suo verso. Nel tempo stesso una leggerissima crispazione di labbra, che sarebbe troppo chiamarla sorriso, gli sfior appena l'abituale seriet della faccia(70).
Ride, il signore!, osserv una voce grave di maestro di scuola. Questa voce apparteneva a un grandissimo paio d'Occhiali verdi, che stavano immobili come due vetrine, dinanzi al giovane, non fiorentino.
Nient'affatto! io non rido, riprese questi, un po' maravigliato dell'apostrofe che lo coglieva all'improvviso.
Il signore ha riso!, insistevano gli Occhiali verdi, collo stesso tuono di voce, e con un'imperturbabilit quasi impertinente.
Ma no!
Ma s!
Ora mi fate ridere davvero. E qui il giovine, per non perdere la pazienza, dette in un grande scoppio di risa.
Prima di andare pi avanti  bene che io vi dica che questi grandissimi Occhiali verdi, con tendine idem, cuoprivano un omiciattolo tutto vestito di colore spigo, una di quelle creature fatte a miseria che, considerandole dalla testa ai piedi, rivelano nelle singole parti del loro corpo una gretteria cos manifesta, che quasi ti farebbe credere, che madre natura, nel conformarle, avesse adoperato uno scampolo, ossivvero, per non aver preso bene le sue misure, si fosse trovata mancante della stoffa necessaria a ricavarci sopra un individuo delle solite proporzioni(71).
Voi avete riso, tornarono a ripetere con la stessa calma gli Occhiali verdi, e il motivo  chiaro e lampante.
Sentiamolo, soggiunse il non fiorentino, il quale cominciava a prendere un certo interesse a questo diverbio originale.
Questo nome di Donnino, risposero gli Occhiali verdi, vi ha fatto un po' di solletico negli orecchi: non  cos?
Ebbene, avete ragione!
Sia ringraziato il cielo.
Spero per che converrete meco, che questo nome esce un po' troppo dal catalogo dei nomi comuni.
Per i nostri orecchi, lo so. Cosa volete, amico mio? L'acustica, ai giorni che corrono, ha progredito mirabilmente. Tutto, in oggi, dev'essere armonia: tutto dev'essere melodia e ritmo! Io vi presento in me una vittima di questa suscettivit auriculare dei tempi moderni.
Possibile!
Possibilissimo! Immaginatevi che una mia figlia adottiva ha ricusato di sposare una rendita di 12 mila lire all'anno, perch il proprietario di questo capitale si chiama Policarpo(72).
Ma voi mi contate una favola.
Vi conto un brano di storia. Mia figlia ha messo i piedi al muro, e dice che a sposare un Policarpo non c' poesia. Vedete un po' fin dove sono andati a ficcare la poesia!, anche nel matrimonio.
Gli Occhiali verdi sospirarono; quindi dopo pochi istanti di pausa, continuarono cos:
Del rimanente, vi dir che il timpano dei nostri vecchi non era cos impressionabile e delicato, come il nostro. Per essi, i nomi delle Niccolose, delle Brigide, delle Veroniche, dei Taddei e dei Serumidi, suonavano armonici e grati, come potrebbe esserlo per noi una frase amorosa di Bellini o di Donizzetti. Che mi burlate, a che siamo ridotti! In oggi, per mettere un po' di nome alla creatura che viene al mondo, tanto per chiamarla e riconoscerla nella gran baraonda delle genti vive, si aduna in molte famiglie un piccolo congresso, e si passano a lambicco le mitologie antiche, le storie, le ballate, i romanzi e le leggende di tutti
i paesi, pur di pescare un Raullo, un Arturo, una Fanny, un'Olga o una Catinka. Oh! i nostri vecchi! i nostri vecchi! Ai loro tempi i nomi si trasmettevano di padre in figlio e di avo in nipote, come un'eredit della famiglia, come un ricordo della casa, senza badar n tanto n quanto al ritmo o alle dissonanze. Forse ci sar stato meno poesia, ve l'accordo: ma c'era in compenso, un po' pi d'amore e di rispetto per la memoria de' suoi!(73).
A questo punto, l'omiciattolo dagli occhiali verdi appariva visibilmente commosso. Dolente di essersi lasciato un po' troppo andare, prese un tuono di voce pi dimesso, e disse al giovane che lo stava ascoltando:
Spero che vorrete condonare questo libero sfogo a un povero diavolo, come me, che per il puntiglio di un nome, ha perduto un genero, di 12 mila lire all'anno di rendita, e di angelici costumi!
Intendo il vostro rammarico!
Ma basta cos: non ci si pensi pi, e torniamo a noi. Anzi, per provarvi che il nome di Donnino, doveva suonare, all'orecchio dei nostri nonni, molto diversamente da quello che suona per noi, vi dir che in Toscana abbiamo la bellezza dei S. Donnini.
Cio?
Contateli: abbiamo S. Donnino a Castel Martini, nella Val di Nievole, che fu gi chiesa e Spedale, prima del 1258: poi, esiste un S. Donnino a Colle, posto su quel di Dicomano, alla falda del Monte Giovi e che fu signoria dei conti Guidi, donata, credesi, a questa famiglia nel 960 da un Uberto, figlio naturale del Re Ugo. Quindi vi citer un S. Donnino a Maiano o sul Cerfone, nella Val Tiberina, in quel d'Arezzo; poi, un S. Donnino presso Empoli, nel Val d'Arno inferiore, poi... conoscete la Garfagnana?
No!
 un peccato! me ne rincresce per voi; perch c' un S. Donnino in Garfagnana, borghetto con sovrapposto castello nella valle superiore del Serchio, che  la veduta pi romantica e pittoresca che io mi conosca, sia che vi si presenti, nel rimontare il Serchio, sia che lo vediate nel discendere in Garfagnana dal Monte Tea o dall'Alpe di Fivizzano. Abbiamo inoltre un S. Donnino presso Pisa: un S. Donnino in Soglio, nella Valle di Montone in Romagna: un S. Donnino in Val di Pierle, nella valle del Tevere: un S. Donnino a Villamagna, nel
Val d'Arno fiorentino: e finalmente un S. Donnino in Val d'Elsa, pieve che anticamente fu detta S. Jerusalem o S. Giovanni in Jerusalem. E ora siete contento?
Arcicontentissimo: e questo S. Donnino, qui lunghesso la strada ferrata avete detto che si chiama?
Volgarmente lo dicono S. Donnino a Brozzi: ma sui libri  conosciuto per Borgo a S. Donnino.
 un grosso paese?
 una lunga borgata di case che fiancheggia la Strada Regia pistoiese alla destra dell'Arno. In origine fu un Monastero appartenente ai Mazzinghi, nobili di Firenze: in seguito venne convertito in Chiesa parrocchiale, che gli stessi Mazzinghi riccamente dotarono: e le sue grasse prebende, spesso e volentieri, servirono a rinforzare le rendite di prelati e di cardinali. Fra i proverbi del popolo fiorentino, il quale ne conia moltissimi, come accade di tutti i popoli che hanno indole vivace ed arguta, havvene uno che dice andare a S. Donnino per arrabbiato, lo che equivale, a logorarsi lo stomaco dalla bile: e questo proverbio  venuto fuori a causa di un chiodo che si conserva religiosamente qui nella Chiesa di S. Donnino a Brozzi, chiodo che serv di supplizio al Santo Martire, e al quale ricorrevano per l'addietro, e vi ricorrono anch'oggi, per farsi con esso bruciare e cicatrizzare, tutti coloro dei dintorni che, sventuratamente, restano morsi da qualche cane, o idrofobo, o sospetto d'idrofobia. Quando la fede nel popolo era pi viva, questo chiodo fu santamente celebre in tutto il contado fiorentino: oggi  rimasto una semplice reliquia e un simbolo di devozione per gli abitanti del borgo e del vicinato(74).
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Capitolo 9.
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Godi, Fiorenza, poich sei s grande!
(la scena  in Vagone).
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Firenze  un Eden!, disse un poetino.
Bell'Eden!, riprese un nervoso, con quattro mesi di pioggia o di termometro sotto zero nell'inverno, e con altrettanti di nebbie, di nuvoloni e di polvere nell'estate!
Parlando cos, voi calunniate il cielo d'Italia!, osserv il seguace d'Apollo.
Il cielo d'Italia, soggiunse l'altro con tuono agrodolce, non ha che veder nulla n col cielo sereno, n col cielo stellato. Il cielo d'Italia  un'invenzione dei poeti e dei romanzieri: per noi italiani,  un mito: e per i medici d'oltremonte e d'oltremare,  una medicina, un articolo di farmacia, uno specifico efficacissimo per gli etici, per i linfatici, per gli ipocondriaci...(75).
E per i vagabondi... osserv il giornalista.
Il poeta tacque: la conversazione gir di bordo, e il discorso cadde sui monumenti d'arte della nostra citt.
E dire che questi meravigliosi edilzi sono l'opera di un popolo di lanaioli e di filatori di seta, osserv un nobiluccio di Fiesole, soffiandosi leggermente sul nastro che portava all'occhiello del vestito.
Badate per, dissi io, che questo popolo di lanaioli e di filatori di seta, quando decret di fabbricare il Duomo, non chiam a s l'architetto, ponendogli dinanzi la solita formula dei nostri tempi: quanto mi farete spendere? ma disse ad Arnolfo: Attesoch la somma prudenza di un popolo d'origine grande si  di procedere negli affari suoi per modo che dalle operazioni esteriori si riconosca non meno il savio che il magnanimo suo operare, si ordina ad Arnolfo, capo maestro del nostro Comune, che faccia il modello o disegno del rinnuovamento
di S. Reparata, con quella pi alta e sontuosa magnificenza che inventar non si possa n maggiore n pi bella dall'industria e potere degli uomini. Che vi pare di questo periodo?
 un periodone stempiato!, soggiunse il fiesolano(76).
Lo credo anch'io! Se lo dovessero fare i nostri Municipi, ci sarebbe da vederli allentare: ma quelli l erano altri stomachi!
Eppure  cos, interruppe il giornalista, i grandi prodigi dell'arte, come il Duomo, il Palazzo Vecchio, la Loggia dell'Orgagna, Or San Michele e altri portentosi edifizi, sorsero soltanto in quel tempo, quando, cio, il popolo era quello che dava le commissioni agli artisti!
I Grandi e i Mecenati, in seguito, non valsero a fare altrettanto. L'Arte fu gigante e fece miracoli quando era l'orgoglio nazionale che concepiva l'idea dei pubblici monumenti. Il patriottismo presiedeva al lavoro: e la carit cittadina amministrava la cassa e forniva i mezzi per sopperire alle ingentissime spese.
Oggi, dissi io, l'orgoglio nazionale, il patriottismo e la carit cittadina son tre nomi che si sono amalgamati e confusi in uno solo.
In quale?, chiese l'architetto.
In quello di Tombola!
Tombola? che cos' cette machine?, domand il francese.
La Tombola, disse l'architetto,  un giuoco inventato originariamente per uso dei ragazzi e degli innamorati, e applicato in seguito come stimolo ed eccitante alle tasche del pubblico, per istorcergli l'obolo necessario a incoraggiare le arti e ad abbellire la nostra citt coll'opere dell'ingegno. Andate sotto gli Uffizi, e quelle statue rappresentanti gli illustri Toscani, che vedete nelle nicchie, furono fatte cogli incassi annuali di quest'innocentissimo giuoco!
Poveri illustri Toscani!, continu il giornalista, ogni volta che passo fra mezzo a voi, non posso a meno di sentirmi prendere da un certo rammarico per il vostro amor proprio umiliato. Mi sembrate (scusate il paragone), una retata di galantuomini, chiappati per isbaglio dalla polizia, ed esposti alla pubblica berlina, col marchio della Tombola in fronte. Che le intemperie del tempo e le satire dei vostri nepoti, vi sieno leggere!
Quindi furono passate in rassegna ad una ad una tutte le principali Chiese.
Il Duomo di Firenze, disse il maestro di musica,  il padiglione pi degno che gli uomini abbiano mai innalzato all'Eterno.
Oh! veramente: c'est joli... soggiunse il Francese.
Joli, quest'epiteto vezzeggiativo applicato al nostro Duomo, mi fece l'impressione di una gocciola d'acqua fresca, che mi fosse caduta sul collo. Ma pur troppo, ogni lingua ha un'indole particolare nello esprimersi, ed ogni popolo ha una maniera tutta propria per ridire i diversi gradi di meraviglia. Un momento avanti, lo stesso francese, osservando un ciondolo appeso alla catena dell'orologio del suo vicino, aveva esclamato: c'est magnifique!
Peccato!, disse l'Architetto, che la facciata di questo tempio meraviglioso sia rimasta non fatta.
E forse non si far mai!, soggiunsi io(77).
Chi lo sa!
Cosa volete? l'assunto  di una immensa responsabilit! Sarebbe la stessa cosa che un poeta moderno si attentasse di completare i versi lasciati a mezzo, nell'Eneide di Virgilio.
Ma non ci restano i disegni antichi?
Vi dir: Arnolfo, cominci la facciata, e Giotto con mirabile intelligenza l'aveva condotta un pezzo avanti: quando nel 1588, Benedetto Uguccioni, provveditore dell'Opera (i talentacci ci sono stati sempre) messo su e istigato dagli architetti di quel tempo, ognuno dei quali aveva fatto il suo modello per la nuova facciata, ordin che fosse dato di martello al lavoro gi incominciato da Giotto...
Ma voi burlate!
Dico sul serio! eppoi... eppoi facciamo le tirate contro i Totila, contro gli Attila, gli Odoacri e simili devastatori, venuti di fuor di paese(78).
E i nuovi modelli?
I nuovi modelli non furono accettati, perch stavano col resto della Fabbrica, come il diavolo e S. Antonio. Nonostante l'Accademia, pur di far qualcosa, ne scelse uno: e fu ordinato di metterlo in esecuzione. Dopo cent'anni di lavoro, la facciata era rimasta sempre a zero. La Toscana, amico mio, in fatto di attivit, non si  mai smentita! Allora nel 1688, Cosimo Terzo, nell'occasione delle nozze del suo figliuolo Ferdinando, pens di far dipingere la facciata del Duomo, come si farebbe di un sipario. Fortunatamente il tempo e l'acqua piovana hanno cancellato quel pasticcio, in modo tale, che oggi giorno se ne distinguono appena le vestigia.
Cos, riprese il giornalista, venisse una buona scossa di acqua piovana nell'interno della Chiesa, e lavasse tutta quella tregenda di figure, che stanno dipinte nella Cupola, con grandissimo svantaggio della sveltezza e dell'eleganza di questa meraviglia dell'arte.
E perch non la fanno imbiancare?
Il pensiero  venuto pi volte a galla: ma poi non hanno avuto il coraggio di metterlo ad effetto. E s che la Toscana  un certo paese che ogni volta che si tratt di mettere dell'intonaco o di dare del bianco sopra le cose antiche, non ebbe mai il granchio alle mani!
Quando la discussione arriv alla Chiesa di S. Lorenzo e alla cappella dei Principi, disse il giornalista:
Questa cappella, ogni volta che la vedo nel suo interno, mi rammenta la Venere di un certo scultore greco.
Come sarebbe a dire?
Ci fu una volta in Grecia uno scultore il quale fece una Venere, e la copr di gemme e di monili. Richiesto della ragione di tutti questi ornamenti, rispose: non riuscendomi a farla bella, ho cercato di farla ricca. Altrettanto si potrebbe dire della Cappella dei Principi, di questa grandissima spelonca, tutta incrostata di marmi e di pietre e adornata di stemmi in lapislazzoli, verde antico, pietra del paragone di Fiandra, madreperla, alabastri orientali, e diaspro di differenti qualit. La cupola  tutta messa a oro di zecchino e dipinta con vivacissimi colori, dal Benvenuti, dimodoch stride orribilmente col colore lugubre, grave e sepolcrale delle pareti. Veduta nel suo interno la Cappella dei Principi ti d l'immagine di un giudice in toga nera e che abbia in capo il cimiero piumato e dorato di un Ussaro delle Guardie imperiali.
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Capitolo 10.
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Stazione di Signa.
(Signa, Lastra a Signa e Ponte a Signa).
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Il convoglio si ferm.
Eccoci a Signa!, disse l'uomo scoiattolo dagli Occhiali verdi: quindi messo il capo fuori dello sportello del wagone, dette un'occhiata all'intorno, e assumendo una cert'aria ispirata, che si addiceva al suo viso, come i passi del minuetto si addirebbero alla lumaca, cominci a declamare:
Ecco l'industre Signa,
Onor del Tosco regno.
Son vostri questi versi?, domand il solito giovane non fiorentino.
Miei? che Dio me ne guardi. D'una cosa sola posso vantarmi in questo mondo, ed  di non aver fatto mai il pi piccolo verso di poesia.
A chi dunque appartengono i versi che avete declamato?
Sillaba pi, sillaba meno, appartengono al dott. Lami, erudito insigne del secolo passato, che li messe nel suo poemetto: Il Cappello di paglia(79).
 dunque un paese molto rinomato questa Signa, se il vostro Lami la chiama Onor del Tosco regno?
Sicuro, che  rinomato. Vedete voi questo Castello? non crediate gi che sia fatto colla calcina d'oggi: perch fino dal 977, in uno strumento della contessa Willa, si trova nominato un Castello a Signa. Anticamente fu detto anche Exinea: ma tanto di questo nome, come dell'altro di Signa gli eruditi, che son barbassori che la sanno lunga, non riuscirono a dirci come avvenne che uscissero fuori(80). Il fatto sta, che oggi il paese si chiama semplicemente Signa, ed  celebre, pi che altro, per il lavorio dei suoi cappelli di paglia
Di cui la fama ancor bella ne suona.
Egli  appunto per questo che il dottor Lami scrivendo un poemetto sul Cappello di Paglia, come vi ho detto poc'anzi, la chiam
Signa l'industre Onor del Tosco regno.
E ancora questo paese, avr pur'esso le sue memorie storiche?
Certamente che le ha. Immaginatevi che nel 30 settembre 1325 il celebre Capitano Castruccio da Lucca, che era venuto con la sua gente nel contado di Firenze, pose in Signa il suo quartier generale. E non ebbe appena spicciate le sue faccende militari, che raccolse le soldatesche sparse nei dintorni, fece ardere il castello, tagli il ponte sull'Arno, e per dispetto ai Fiorentini, che tenevano Signa sotto la loro dependenza, prima di abbandonare quella terra, vi fece battere piccola moneta coll'impronta dell'imperatore Ottone e quei denari chiamaronsi Castruccini(81). Un anno dopo la sua distruzione, il Castello di Signa fu riedificato a spese dei Fiorentini e per ordine espresso di Carlo d'Angi, che a quell'epoca era rappresentato in Firenze dal suo Vicario Federigo Troesio
o Troghisio, come meglio vi torna. Se volete saper qualcosa di questa riedificazione, potrete rilevarne un cenno da una lapide tuttora esistente sopra le porte del Castello di Signa. Al di sopra di questa lapide, vedrete
lo stemma grande dei Re Angioini di Napoli; a destra quello del Giglio fiorentino: e a sinistra l'arme spettante alla parte Guelfa.
Da quanto mi dite, si potrebbe concludere che Signa, nei secoli andati, dovesse avere una grande importanza.
E non poteva essere altrimenti: sia che vogliate por mente che essa si trova alla testata dell'unico Ponte che prima del Secolo 12esimo attraversasse l'Arno tra Firenze e Pisa; sia che vogliate considerare come essa  posta sullo sbocco di due valli, di quella, cio, del Bisenzio e dell'altra del Valdarno fiorentino. Aggiungete, che alcuni storici ed eruditi vogliono che Signa, anche avanti il Mille avesse un piccolo porto o uno scalo per le merci che si recavano dal Porto Pisano a Firenze e viceversa.
Il dazio di questi scali rendeva in circa un 300 di fiorini all'anno.
Ma dopo tanti secoli e tante vicende, forse dell'antica Signa, al giorno d'oggi, non ci sar rimasto neppure un mattone?
Adagio, un poco: dell'antico Castello di Signa restano tuttavia in piedi due porte castellane e gran parte delle mura e delle torri che nel poggio facevano corona e baluardo al paese. Quando nel 1397, le genti
di Giovanni Galeazzo Visconti, stanziate in Siena, vollero fare una scorreria nel contado fiorentino, sotto la scorta del conte Alberigo, si spinsero, mettendo a sacco e a ruba lo stradale che percorrevano, fin sotto le mura di Signa. Giunti cost, batterono gagliardamente e per due giorni consecutivi il Castello: ma fu come battere sul granito. Signa difesa a corpo perduto dal valore dei suoi abitanti e protetta dalla solidit dei baluardi che la cingevano, tenne forte: e i soldati del Visconti con dispetto grandissimo del loro superbo e valoroso capitano, dovettero andarsene colle pive nel sacco, lasciando sul terreno molta gente, fra morti e feriti.
Ella  questa una bella pagina per il paese di Signa.
Ma se voi date un'occhiata alle cronache d'Italia, troverete che ogni piccola citt, ogni castello, ogni terra, ogni borgata, e sto per dire, ogni casolare pu mettere innanzi qualche glorioso fatto d'arme. Perocch lo spirito di parte violentissimo, che ha sempre acceso fin dai secoli pi remoti l'animo della gente italiana, e che  stato causa principalissima della nostra gloria e della nostra grandissima sciagura, temprava ogni cittadino a soldato, e raddoppiava i nervi nelle braccia e nei petti il valore. Il partigiano nell'ora della mischia,  sempre un eroe: del soldato che si batte per la disciplina, non si pu dire altrettanto. Oggi per, la Dio merc, gli uomini e le cose mutarono affatto di aspetto: e i nepoti di coloro che un giorno, coi picconi alla mano, difesero Signa dalle genti del Visconti, oggi lavorano tranquillamente le trecce dei cappelli di paglia, sull'uscio di casa, o potano le viti nei loro campi, o mercanteggiano sui pubblici mercati i bozzoli da seta e la foglia del gelso. Dimodoch torna a pennello per noi, ci che dice quello spirito bizzarro di Lorenzo Lippi, nel suo Malmantile; allorquando descrive Marte che fa capolino dal cielo, per vedere che cosa annaspano gli uomini sulla terra:
Sbircia di qua, di l per le cittadi,
N altre guerre o gran campion discerne Che battaglie di giuoco a carte o dadi E stomachi d'Orlandi alle taverne
Ora viene il buono
Si volta e d un'occhiata ne' contadi Che gi nutrivan nimicizie eterne,
E non vede i villan far pi questione In fuor che colla roba del padrone(82).
Signa, qualche anno addietro, fu paese florido e ricco. Innanzi tutto, il suo territorio  fertilissimo, gli ulivi e le viti cuoprono i colli all'intorno, e danno olio eccellente ed ottimi vini: la pianura anch'essa abbonda di cereali, di mais, di legumi, di loppi e di pasture, dimodoch il bestiame e specialmente quello bovino, costituisce un ramo importante di commercio per quei possidenti terrieri. Ma la grande prosperit di questo paese, e per conseguenza l'aumento notevole della popolazione, devesi pi che altro, alla celebrit dei suoi cappelli di paglia, che lavoravansi, innanzi che altrove, con mirabile maestria e solerzia dagli abitanti di questa Comunit. Da un'iscrizione, posta sul sepolcro di un Domenico Michelacci di Bologna, nella chiesa di S. Miniato a Signa, rilevasi che questo industre e benemerito bolognese fu il primo che introdusse e incominci a commerciare coll'estero i cappelli di paglia di Signa (ossia di Firenze, come si chiamavano allora e come si dicono tutt'oggi). Se la memoria mi serve bene, parmi che l'iscrizione dica presso a poco cos:
HIC JACET
DOMINICUS SEBASTIANUS MICHELACCI DE BONONIA QUI OMNIUM PRIMUS CAUSIAS ANGLIS VENDIDIT NOVOQUE ISTITUTO COMMERCIO PALEIS SE, SIGNAM, FINITIMOS DITAVIT ANNO DOMINI MDCCXXXIX TERTIO NONAS AUGUSTI PRO VIRO BENE DE HAC TERRA MERITO DEUM PRECATE
E i Signesi avranno inalzato un monumento a questo benefattore?
Ma che monumento?, vi dico che  un modestissimo avello, con sopravi l'iscrizione che vi ho citata.
Ah!, riprese il giovine quasi ne fosse dolente, se gli Olandesi inalzarono una statua a colui che trov il modo di salare e di conservare le aringhe, mi pare che i Signesi, con pi ragione, avrebbero dovuto scolpire un mausoleo alla memoria di questo Domenico Michelacci(83).
Voi dite bene, amico mio; ma la gratitudine del resto, la non s'insegna e la non s'impara. Ognuno la manifesta, a seconda del modo che la sente: v'hanno dei popoli e dei paesi (e Dio vi guardi dal mettere fra questi la Toscana!) che ogniqualvolta si studiano di ringraziare altrui di qualche grosso benefizio ricevuto, lo fanno in modo cos sgraziato, gretto
e meschino, che pare invece si atteggino a destar compassione, per ottenere dei novelli favori. Ma non tocchiamo un tasto, il quale alla lunga, riesce monotono e finisce col molestare le orecchie. Rientrando dunque nel seminato, vi dir che Signa, in proporzione del suolo che occupa,  una delle Comunit pi popolate del Granducato. Conta all'incirca sulle 6000 anime. Anni addietro, quando, cio, la lavorazione dei cappelli di paglia, non era cos diffusa e conosciuta all'estero (i forestieri finiranno col rubarci anche l'aria!) il paese di Signa fu una piccola California, dove l'oro e l'argento vi colavano da tutti i mercati. Il Castello e i suoi casolari all'intorno vi davano l'immagine di un grande opificio di cappelli di paglia; donne, uomini adulti, e fino i ragazzi di piccolissima et si vedevano assisi sugli usci delle case, e seduti lungo le vie, intenti a preparare la paglia e a lavorare la treccia. Oggi... heu quantum mutatus ab ilio. Prima erano le braccia che mancavano al lavoro: oggi  il lavoro che manca alle braccia!
Varie ville sono disseminate nei contorni della Stazione di Signa, come quelle del Conte Alberti, Cattani, Cavalcanti (con vasto parco) Michelozzi, Bicchierai, Bruti: e queste sulla riva destra del fiume. Sulla sinistra poi si notano la villa della marchesa Pratt, anticamente Pandolfini, l'altra del marchese Roberto Pucci detta di Bellosguardo e la villa Benini gi Martellini. Ma la villa che pi di ogni altra colpisce l'occhio del viaggiatore per la sua ridente ed amena situazione,  quella delle Selve, distinta da un grande orologio a torre, con facciate ben architettate, giardino e bosco all'inglese.  posta precisamente di fronte alla Stazione, sul culmine della Collina di Gangalandi, presso la chiesa del ex Convento delle Selve. Da questa villa si gode una magnifica e vasta veduta sopra Firenze, il corso dell'Arno e gran tratto della via ferrata.
Fu qui che il divino Galileo soggiorn dal 1611 al 1614, quando scuopr le stelle Medicee e le macchie solari.84 Vi abit pure Luisa Strozzi con sua madre Clarice, onde sfuggire le persecuzioni tiranniche del Duca Alessandro dei Medici. La costruzione della villa delle Selve rimonta a tempi molto lontani; la famiglia Vitelli la possed per la prima, pass quindi agli Strozzi, Medici, Salviati e Borghesi, ed ora appartiene a Maurizio Cappelli di Firenze. Attesa la purezza dell'aria che vi si respira, nell'ultime invasioni del morbo asiatico, porzione della villa fu convertita in pubblico spedale.
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Ponte a Signa.
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E quel ponte, di cui mi avete parlato?
Quel ponte di cui vi ho parlato, e che si chiama il Ponte a Signa, ha subito anch'esso varie e guerresche vicende. Come poco sopra vi dissi, quel ponte  stato il primo che fosse gettato sull'Arno, lungo la corrente fra Firenze e il Porto Pisano. Esisteva, a quanto rilevasi da alcune carte, fin da verso la met del secolo 13esimo: pare che vi fosse costruito a peculiare istanza di un certo Alluccio, ospitaliere, il quale chiese ed ottenne dal Vescovo di Firenze di poter fabbricare un ponte, per uso e comodo dei molti viandanti: essendoch quel luogo, in tempo di fiumana, fosse di grave pericolo, siccome quello che non aveva che un semplice e mal sicuro navalestro per traghettare la gente da una ripa all'altra del fiume. Nel 1278, il Ponte a Signa rovin: e fu riedificato nel 1287. Questo ponte novellamente rifatto, e che a quanto credesi,  lo stesso che si vede sopra un antico Sigillo del Comune di Signa, con sette archi, e seminato di gigli, fu distrutto nel 1326 per opera del capitano Castruccio e sua gente. In seguito venne rifatto e restaurato per ben due volte, cio nel 1405 e nel 1479, finch nel 1836 fu posto mano ad ampliarne la sua carreggiata e ad ingrandirne gli archi, e il Ponte a Signa fu ridotto alla forma e alla misura in cui vedesi adesso.
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Lastra a Signa.
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Se non sbaglio, mi avete rammentato anche una Lastra a Signa.
 verissimo: e se volete, vi dir due parole di questo paese, che trovasi sulla riva sinistra dell'Arno, e che anticamente fu anche detto Castello di Gangalandi.
Forse i Gangalandi...
Per l'appunto: i Gangalandi furono un tempo Signori di quel castello e gli dettero il loro nome: come poi accadesse che il Castello a Gangalandi, lasciasse, coll'andar del tempo, l'antico nome, per prendersi quello della Lastra,  ci che non saprei definire con esattezza storica: seppure non vogliamo credere con qualche erudito, che il novello nome traesse la sua origine dagli strati di macigno che si trovano
posti dalla parte del poggio. Ma di siffatte quisquilie storico geologiche, non mette conto sfiatarsi. A noi ci basta di conoscere che nel 1377, il Comune di Firenze fece circondare il borgo della Lastra a Signa di alte mura merlate e turrite, di cui se ne vedono anch'oggi alcuni avanzi inutilmente rimasti in piedi. Vi si entra per tre porte: una detta il Portone di Baccio: l'altra la Porta Fiorentina: e la terza la Porta Pisana. La pagina pi bella della cronaca di questo paese,  nel 1529, allorquando il valoroso capitano Francesco Ferrucci, Commissario della Repubblica fiorentina a Empoli, sped tre compagnie di soldati alla Lastra a Signa, perch gl'imperiali non se ne impadronissero e per siffatto modo non venissero a tagliare quel passo cos comodo a far pervenire i viveri nell'assediata Firenze. Il principe d'Orange, avuta contezza del fatto, mand alla Lastra a Signa sei insegne di spagnoli, le quali, malgrado i replicati conati, non valsero a sforzare il Castello. Allora si partirono dal campo degli imperiali, cinquemila lanzi, muniti di artiglierie. Quelli di dentro al Castello opposero un'eroica resistenza: ma, allorch mancanti di munizioni, trattavano per la resa, i Lanzi e gli Spagnuoli entrarono inferociti nell'infelice paese, e vi messere a pezzi i soldati e i terrazzani. Da quell'epoca in poi, il Castello della Lastra a Signa non figura pi nelle vicende militari della Toscana. Oggi ell' questa una terra importante che conta meglio di 4500 abitanti. Il suo territorio mut affatto d'aspetto: perocch l dalla parte dei colli, dove erano folte pinete e selve di quercie e di lecci, oggid non si vedono che giardini, orti, amene coltivazioni, adorni viali ed eleganti case di campagna. Altrettanto pu dirsi che abbia variato la pianura sopra e sotto la Lastra, dove una volta il fiume Arno correva per doppio alveo a suo capriccio, senza castigo n d'argini, n di sponde, n di pignoni.
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Villa dell'Ambrogiana.
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State attento (disse l'uomo dagli occhiali verdi) alla Villa, che vedrete qua sulla destra... Eccola! quella  una villa Granducale, e si chiama l'Ambrogiana. Ferdinando Primo la fece murare sopra i fondamenti di una pi antica casa di campagna, gi appartenente alla estinta famiglia fiorentina Ardinghelli, passata poi nei Corboli. Come forse
avrete veduto, ella  di forma cubica, con quattro grossi torrioni agli angoli. Ha quattro porte d'ingresso, che mettono su quattro grandiosi viali.  ricca di acque perenni, condottevi dai poggi circonvicini. Fu abbellita, in seguito, da Cosimo Terzo che l'orn di molti quadri rappresentanti animali e fiori di varia specie, dipinti dai due Scacciati e da Bartolommeo Bembi da Settignano. Vi sono annesse delle magnifiche scuderie. Non era frequentata dalla Corte, che di passaggio soltanto, forse perch questa villa trovasi troppo vicina alla Strada postale e fors'anco perch continuamente vi tira un certo vento, che al dire di Francesco Redi, ivi tira e tirer in eterno.
Oggi, questa regia villa, per una stranissima metamorfosi,  diventata una succursale delle pubbliche carceri fiorentine. Amico mio, dice bene il proverbio: finch uno ha denti in bocca non sa mai quel che gli tocca!(85).
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Capitolo 11.
Ancora di Firenze.
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O dove la scava tutta questa erudizione, quel granchio coll'occhiali verdi?, domand un giovinetto che aveva finito i suoi studi, a un Prior di campagna, che gli stava seduto accanto.
Come! e non ve ne siete accorto? ell' tutta roba pescata nel Repetti(86).
Repetti!, riprese l'altro, non lo conosco!, E storse la bocca, quasi gli avessero citato un ciabattino.
Vi fa torto: il Repetti era un brav'uomo: arricch il suo paese di un Dizionario Storico geografico, commendabilissimo lavoro, e tale, che se fosse uscito in Francia o in Inghilterra, avrebbe fruttato al suo autore e ricchezze, e onori, e reputazione: ma... E qui il priore cacci fuori un sospiro, che tradotto in volgare significava... ma la Toscana  un benedetto paese dove la brava gente spesse volte acquista il diritto di morire in camera nobile allo Spedale.
Nello sproloquio di quel signore dagli Occhiali verdi, continu il Reverendo, dopo una breve pausa, ho notato due lacune.
Cio?
In primis, si  dimenticato di citare la gran lavorazione e il gran commercio delle granate che si fa a S. Donnino. S. Donnino  il paese che fornisce tutto il mondo di quest'articolo di prima necessit, nell'interno delle case. Le granate di S. Donnino vanno fino in America e nell'Australia. In secondo luogo poi, non  lecito parlare di Signa, senza far menzione delle sue cave di sasso e dei suoi reputatissimi scalpellini: come pure, occorreva dir qualcosa delle sue Fornaci antichissime e accreditate, e che sono uno dei rami importanti dell'industria di quel paese. Coi mattoni usciti dalle Fornaci di Signa fu fatta la Cupola del Duomo di Firenze...
Lo so!, disse il giovinetto con quell'aria sicura, di coloro che non sanno nulla.
In questo mentre, il gran battibecco sulla citt di Firenze, procedeva di bene in meglio. Ne furono dette di tutti i colori! e se io volesse farvene il processo verbale, per disteso, occuperei per lo meno mezzo libro. Ne dar il sunto... e a buon'intenditor poche parole.
Cinguettando d'architettura moderna, il giornalista concluse:
In un'epoca, come la nostra, in cui lo schik  stato sostituito al bello, e il confortable al maestoso, credetelo a me, l'arte di fare i Palazzi si  perduta per sempre(87). (V. il quartiere di Barbano e i Lung'Arni nuovi!). E forse non  male: poich, a dirla schiettamente, non so con quanta dignit e analogia i nostri musi possano affacciarsi ai giganteschi balconi degli antichi Palagi. Fra le fisonomie moderne e il vero Palazzo, c' per lo meno, un anacronismo indecente!
Se l'arte di fare i grandi monumenti  perduta, bisogna per convenire, dall'altra parte, che a Firenze si conosce a fondo l'arte di restaurare mirabilmente gli antichi edifizi. E il Duomo, la loggia dell'Orgagna, Or San Michele, Palazzo Vecchio e il Bargello, son l per fare manifesta testimonianza di questa verit di fatto.
Le Belle Arti, nella nostra citt, se non vi sono protette, vi sono per tollerate... come le religioni protestanti, in un paese cattolico costituzionale. Malgrado ci, ogni tanto i fiorentini hanno degli scatti generosi e tentano di salvare in qualche modo il soprannome d'Atene che  stato dato alla loro citt.
Le Belle Lettere vi sono diffusissime. Ogni fiorentino,  di diritto, scrittore. Sebbene moltissimi si astengano dal montare alla tribuna della pubblicit, nonostante quasi tutti hanno, nel loro scaffale, qualche tentativo letterario inedito, che si chiama o Tragedia, o Commedia, o Farsa,
o Trattato d'Economia, o Aspirazioni giovanili, e via discorrendo.
La Musica vi  coltivata con amore. Ogni casa ha un pianoforte (eccettuate le case che ne hanno due, tre, quattro). Il popolo fiorentino passa per buon'orecchiante. Eppure, lo credereste? o sia indulgenza, o mitezza d'animo, o dabbenaggine, o mancanza di coraggio civile,  un fatto che nei teatri di Firenze, si fischia rarissimamente. E Dio sa se le stuonazioni, le stecche false, le svociature, i latrati, e le voci di LupoMannaro, risuonano spesse volte nelle aule dei teatri fiorentini!(88).
Il giornalismo, in gran parte, teatrale, vive di una vita problematica e rifinita, ma cresce e moltiplica ogni giorno. Tant' vero che lo stento  prolifico!
In Firenze, nessuna cosa fa avvenimento. Se questo fondo di apatia e d'imperturbabilit d'animo,  sintomo di filosofia, si pu concludere che il popolo fiorentino  un popolo filosofo per eccellenza(89).
Il fiorentino, considerato singolarmente, non ha nulla che lo contraddistingua: ma giudicato in massa, tira allo spiritoso, ed eccelle, pi che altro, nella satira condita da un briciolo di malizia. Di tanto in tanto girano per la citt dei frizzi e degli epigrammi, relativi a qualche fatto notorio e pubblico, che sarebbe impossibile dirne da dove sono usciti, o il nome delle persone che gli hanno formulati e messi insieme.
La Linfa predomina nel temperamento del popolo fiorentino. Chi ne incolpa l'aria, chi l'acqua dei pozzi, chi il deperimento naturale della razza e chi l'abuso delle Tragedie in tempo di carnevale. Il fatto sta, che il tipo fiorentino moderno non si pu confondere davvero col tipo greco e romano! Nonostante ci, nella classe degli Artigiani, vi si trovano anche oggigiorno degli uomini forti, ben fatti, e di fisonoma maschia e regolare, che mostrano di discendere in linea retta dalla stirpe dei Danti da Castiglione e Comp.i(90).
La donna fiorentina, se non  bella,  graziosa!
La fioraia  un genere tutto fiorentino. E nata nella citt dei fiori, ed  rimasta l. La Beppa e l'Erminia sono le due celebrit di questa nuova famiglia(91).
Altre sotto fioraie, o sedicenti fioraie, comparvero di tanto in tanto: ma ebbero la durata dei fiori: sbocciarono, mandarono una fragranza... e sparirono. Anche sul piazzone delle Cascine vi si vedono, nell'ora della passeggiata, alcune femmine dispensatrici di rose e di viole: ma il rispetto che ho sempre portato alla canizie, m'impedisce di citarle in questo giocoso capitolo.
Il ragazzo fiorentino, e particolarmente il birichino di strada,  un tipo sui generis, che meriterebbe una fisiologia a parte. Svelto, arguto, rompicollo, grazioso, caratterista per movenze e per certe scappatelle originali, il birichino di Firenze rappresenta la parte viva e militante del paese. Peccato che egli si renda spregevolissimo per un turpiloquio continuo e quasi succhiato col latte(92).
In Firenze, propriamente parlando, non c' aristocrazia. Ci sono i nobili, i titolati nuovi, e i quattrinai, tutte queste classi sono comprese dal popolo sotto una sola rubrica, quella cio di: Signori! A Firenze, chi ha, !
Fra i miglioramenti introdotti in Firenze, sono da registrarsi:
La incanalatura delle Doccie.
Le Nuove fogne.
I lastrichi delle strade, a schiena d'asino (il termine  tecnico!).
Le Latrine pubbliche.
I Marciapiedi, lungo le strade.
Lo sgombramento delle mostre, sporgenti in fuori, dei fondachi e dei magazzini.
Fra i desideri del paese, primeggiano i seguenti:
Un Mercato, nuovo e decente.
Una maggiore quantit di fontane pubbliche, con acqua sana e potabile.
Un Gaz meglio purificato, e che illumini le strade convenientemente, senza emanazioni micidiali.
E l'allargamento di alcune strade importanti per le loro comunicazioni.
Le passeggiate pi frequentate sono: Via Calzaioli (tutti i giorni, e massime la domenica, dal tocco alle tre pomeridiane).
I Lung'Arni (tutte le sere, dalle ventitr alle ventiquattro).
Le Cascine, fuori la porta al Prato. (E la passeggiata dove i pedoni vanno per vedere i Signori che sono in carrozza!)
Il Parterre, fuori la porta a S. Gallo. (Questa passeggiata  anche detta degli innamorati. Perch?).
Per ultimo, il giornalista prese la parola e concluse con questi aforismi:
A Firenze, generalmente parlando, l'abito fa il monaco!
Un vestito elegante ed una pronunzia non toscana sono sempre due eccellenti raccomandazioni per avere l'accesso libero in qualunque casa.
La cortesia proverbiale dei fiorentini, verso i forestieri, somiglia in molti casi ad un'imperdonabile leggerezza!
La moda qui, come altrove, riconosce per capo supremo il Figurino di Parigi.
In Firenze, la passione per i cavalli  pi ostentata che sentita. Il Jokey club  un Casino dove si parla di tutto, fuori che di cavalli(93).
Il ballo da sala, ( inutile investigarne le cause) vi si trova in decadenza. Il Casino Borghese, le Stanze dei Risorti e le feste dei particolari, offrono frequentissime riprove di questa acerba verit!
Le Trattorie e gli Alloggi, in generale, sono a prezzi discretissimi e non rincarano per qualunque straordinaria circostanza! grande caratteristica di una Capitale! (Avviso a Livorno, Lucca e Pisa, importantissime citt, e che tirano partito da qualunque festicciola o concorso di gente, per raddoppiare le multe che gravano sulla gente venuta di fuori!)
Due cose noiose ha Firenze: i nuvoli e le Feste di S. Giovanni. Il divertimento, in questa circostanza, non compensa mai l'ingombro e il pigia pigia delle pubbliche vie. Le girandole e i razzi hanno perduto oramai gran parte delle loro seduzioni. Il corso delle carrozze, fuori di Carnevale,  una fantasmagoria di legni ambulanti, che portano a mostra della gente annoiata. Il palio de' barbari sar sempre un barbarismo fino a tanto che debba eseguirsi lungo uno stradale disadatto ed angusto. E finalmente, un paese non pu dirsi civilizzato, se prima non venga abolita la cos detta Corsa dei Cocchi, fanciullesca parodia, forse inventata apposta per iscreditare le Olimpiadi, presso tutti coloro che non hanno fatto un corso qualunque di storia greca(94).
Il Convoglio si ferm.
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Capitolo 12.
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Stazione di Montelupo.
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Eccoci a Montelupo: eccoci al paese dei famosi boccali. E a chi non son noti, almeno per fama, i boccali di Montelupo? Questo paese  molto pi celebre per le sue terraglie, che per le sue vicende storicopolitiche: tant' vero che il Dott. D. M. Manni, uno dei ruminanti pi diligenti della sua et, in materia di notizie municipali, e che nel 1740 fu potest di Montelupo, credette ben fatto di non occuparsene n tanto n quanto(95). Nonostante, poich mi torna di mano, vi dir che Montelupo fu murato verso la met del Secolo 13esimo, dai Fiorentini, per tenere in soggezione quelli del Castello di Capraia, che vedete l in faccia, e loro alleati: donde poi ne derivarono quei due versi, notissimi, che dicono:
Per distrugger questa Capra
Non ci vuol altro che un lupo.
Come poesia, capirete bene, che quest 'adagio non  davvero una cosa prelibata; ma serve, se non foss'altro, a mostrare la vecchia ruggine, che ha sempre roso fino dai tempi remoti, questi due Castelli, che seggono l'uno di faccia all'altro, e che pare che tuttora si guardino in cagnesco. A seconda della Volgata pi comune, pare che i Fiorentini volessero dare il nome di Montelupo al loro castello, unicamente per alterigia militare, e per dispetto a quelli dell'opposto colle. Se quest'origine non v'andasse a verso, potete prendere quella che ce ne porge nel suo Malmantile racquistato, lo spirito bizzarro del pittore e poeta Lorenzo Lippi. Esso racconta in giocose ottave, e tutte saporite dei modi pi vivi e festosi del popolo fiorentino, che il Castello di Montelupo prendesse questo nome da un bel fatto di Paride, il quale, da quel valente cacciatore che egli era, vi uccise, durante la guerra eroi comica di
Malmantile, un grosso e mostruoso Lupo che metteva lo spavento in tutti i dintorni. Compiuta che ebbe Paride la gloriosa gesta, dice il poeta,
La gente quivi corre d'ogni intorno A rallegrarsi della sua bravura:
Ne lo ringrazia, e a regalarlo intenta Chi gli d, chi gli dona e chi gli avventa.
Paride per, siccome  dicevole agli uomini forti e d'animo valoroso in mezzo a tanta gloria, ricusa le offerte che gli vengono avventate da quei popoli riconoscenti,
E dice che da lor nulla pretende:
E se di soddisfarlo hanno concetto,
Per tal memoria gli sar pi grato Che il luogo Montelupo sia chiamato.
S s che gli  dover, da tutti quanti Gli fu risposto, ed in un tempo stesso L'Editto pel Castello su pe' canti Per memoria dei popoli fu messo:
Che divulgato poi, di l in avanti Fu osservato s, che fino adesso Questo nome conservan quelle mura,
E il manterranno finch il mondo dura.
Ed ora lasciando da parte la poesia, per tornare fino ai ginocchi nella prosa la pi storica, vi dir che in quel luogo dove i Fiorentini fabbricarono verso il 1203 il castello di Montelupo, esisteva gi un altro paese che dicevasi di Malborghetto. Quando poi la popolazione di Montelupo e del borgo sottostante si accrebbe notevolmente, allora fu ordinato che
il Castello fosse cinto di mura, e ci accadde nel 1336, avendo la signoria di Firenze elargito a quegli abitanti, come a indennizzo di questo lavoro, alcune immunit e franchigie di qualche rilievo. L'esistenza di queste mura  comprovata evidentemente dalle due porte che da pochi anni sono state rifatte e disfatte, che una alla testa del Ponte di Pesa, e l'altra sull'uscire del Borgo di Montelupo. Rilevasi dalle carte di quell'epoca, che fino dal 1321 lo Statuto fiorentino decret che Montelupo formasse comunit da s. Come dunque vi ho detto fin dal bel principio, vedete bene che le vicende storiche di questo paese non sono gran cosa:
chi per lo ha reso celebre, nei tempi pi vicini a noi, sono le sue terraglie, i suoi famosi boccali e l'architetto scultore Baccio, che prese nome dalla sua terra e fu detto Baccio da Montelupo(96).
Nella vicinanza, qui a poche miglia, c' il Castello di Malmantile, che gi forn l'argomento al poema eroicomico di Lorenzo Lippi (anagrammato in Perlone Zipoli) e di questo poema ne avete avuto qualche saggio.
Per mezzo alla terra di Montelupo passa la strada postale che da Firenze conduce a Pisa e Livorno. Il paese conta circa 1500 abitanti. La sua maggiore industria consiste nel far le trecce da cappelli, e nel fabbricare vasi dozzinali di terra con la melletta della sponda sinistra dell'Arno, fra i quali vasi, i pi comuni e reputati sono gli orci da olio, mentre adesso  abbandonata la lavorazione di quei boccali verniciati e scritti, che adopravansi comunemente nei secoli passati, e che erano la suppellettile indispensabile di tutte le osterie e di tutte le case del contado, e rapporto ai quali, volendo dire una cosa notissima, soleva dirsi:  scritta nei boccali di Montelupo(97).
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Capraja.
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Quel Castello che avete veduto dinanzi all'altro di Montelupo, continu l'uomo dagli occhiali verdi, voi sapete gi come si chiama; perch ve l'ho nominato frequentemente. Oggi lo dicono Capraja, e fu conosciuto anche come Cerbaria(98), i primi barlumi di questo paese si trovano verso lo spuntare del 988. Alcuni credono che prendesse il suo nome dalle capre, altri dalla selva selvaggia, aspra e forte (come direbbe il nostro gran poeta ghibellino) che anticamente ne circondava il poggio: e perci venisse detto Cerbaria. Il paese fu gi contea dei Conti Alberti. Nel 1249 un conte Rodolfo di Capraia dava asilo nella sua rocca di Capraia a un capo di parte guelfa assediato cost dai Ghibellini di Firenze e dalle genti di Federigo Secondo, che li ebbero a patto e condussero quindi prigionieri a Napoli, per subirvi l'ultimo supplizio. Quando i Fiorentini, in odio a Capraia, murarono Montelupo, vi fu un patto fra quelli di Capraia e quelli di Montelupo e Firenze, che gli uni, cio, non potessero oltrepassare ostilmente i confini degli altri. Nel 1741 Capraia fu eretta in feudo, e data con titolo di Marchesato alla famiglia Frescobaldi, che la tenne fino alla soppressione dei feudi.
Il Castello di Capraia, per la sua fisica struttura, e per essere anch'esso collocato sulla schiena di un poggio, somiglia un poco il castello opposto di Montelupo, ed  forse derivato da questa qualunque siasi somiglianza, il proverbio fiorentino che dice:
Da Monte Lupo si vede Capraia Cristo fa le persone e poi l'appaia(99).
L'applicazione di questo proverbio  troppo nota e lampante per aver bisogno dei soliti commenti.
E la coltivazione?
La coltivazione  ubertosissima: a mezza costa avete la bellezza delle viti e degli ulivi e l'abbondanza dei frutti: nel piano, e presso il greto dell'Arno, lussureggia la vegetazione dei gelsi, della pastura, del lino, dei cereali e d'ogni sorta di legumi.
I boschi, che forse furono quelli che dettero al castello il nome di Cerbaria (poi Capraia) cuoprono anche al giorno d'oggi i poggi circostanti, e specialmente quelli dalla parte di Mont'Albano. Fra questi boschi primeggiano per variet e bellezza quelli del Marchese Ridolfi, nella tenuta di Bobbiano, non lungi da Capraia.
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Capitolo 13.
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I Fiorentini al Caff(100).
(La scena  in wagone, e la parola  sempre a quel chiacchierone del Giornalista).
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Caff Doney.  il santuario di tutta la famiglia dei Dandy e dei Fashionables, tanto indigeni che forestieri(101). Quivi conviene l'aristocratico puro sangue, e si mescola, senza toccarlo, al giovine di banco, al sensale, al commesso viaggiatore. Qui bazzica il giovinetto, la prima volta che si lancia nel mondo. Qui si raduna la setta degli eleganti, dal Signorotto, fornito di un asse patrimoniale, fino al damerino inchiodato e posticcio, e fino al giovane problematico, che spende, veste, monta a cavallo, giuoca, perde e paga, e non rende ragione alcuna del luogo dove attinga i fondi necessari per questa dispendiosa esistenza. Gli amici lo passano in rassegna, quando egli  assente, e gli fanno addosso i conti pi minuti, e lo stigmatizzano con supposizioni e sospetti sanguinosi; ma questo non toglie che quando il problematico arriva, tutto vestito e profumato, come un conte Ory, i suoi detrattori non sieno i primi a corrergli incontro e a stringergli la mano(102).
Caff piccolo Elvetico. Questo caff, dieci anni addietro, aveva una fisonoma particolare. Esso era il ritrovo di tutta la giovane letteratura militante del paese. Giornalisti, scrittori, romanzieri, poeti da strenna, scrittori drammatici in versi e in prosa, studenti, dottori e avvocati di fresca data, politicanti, giovani di spirito e tutti coloro compresi sotto la rubrica di bravi giovani, avevano scelto per secondo domicilio il Caff piccolo Elvetico. Invano il conduttore o proprietario tent di disciogliere la combriccola, servendosi del sapore problematico delle sue bevande e della stoffa indigeribile delle sue cotolette o delle sue bif'steck(103). La combriccola tenne forte, e sfid con eroismo, pari all'eroismo di Muzio Scevola, tutti i pericoli della colica e della indigestione. Ma quello che non fecero i barbari, fecerunt barbarmi, cio quello che non pot la mediocrit degli alimenti e dei liquidi, lo pot
l'invasione e il vocalizzo dei cantanti(104). I cantanti a spasso, o scritturati, cominciarono a ricovrarsi al piccolo Elvetico, e l'antica societ non potendo reggere all'abuso di tante scale semi tonate e di tanti la, si bemmolli e fa palleggiati da un punto all'altro della bottega, dovette battere in ritirata, e si disperse a poco a poco sulla superficie della citt. Oggi si pu dire che tutto il Piccolo Elvetico  in pieno dominio e dipendenza della famiglia canora, la quale vi si raccoglie e vi resta tutta la giornata sbadigliando, vocalizzando, fumando, mormorando, mangiando e pagando (qualche volta!). Oltre i cantanti, si vedono di tanto in tanto a questo caff, maestri di musica, corrispondenti teatrali, giornalisti, impresari a zonzo, suonatori d'orchestra e fanatici di teatro e di concerti.
Caff Landini. Gode fama di propinare ai suoi ricorrenti bibite se non perfettissime, almeno buone e discrete. E un via vai continuo, in tutte le ore del giorno e della sera. La sua societ si compone, per la maggior parte, d'impiegati e di gente devota al palato. Incontentabile genus!
Caff del Bottegone. I Fiorentini, nel loro dialetto furbesco, chiamano questo Caff, il Caff dei Depositi, perch vi si radunano molti uomini gravi per la loro et... e per la loro maniera di portare la cravatta. Ci non toglie che il Caff non sia egualmente frequentato da un stormo di giovent, di tutte le risme e di tutti i colori, che forma la parte viva e animata di questo Caff. Il Bottegone, una volta, era celebre per
i suoi gelati, e per il fresco, che nelle sere d'estate procurava ai suoi ricorrenti, seduti sulle panche, dinanzi alle porte della bottega(105).
Caff Michelangiolo.  il Caff dei giovani artisti, esercenti Pittura e Scultura. Questo caff ha una stanza di fianco, che  detta particolarmente la Stanza degli Artisti, perch  quella dove gli Artisti si raccolgono, per passarvi insieme e lietamente le lunghe serate d'inverno. Le pareti di questa Stanza sono dipinte con diversi affreschi, fra i quali avvene alcuno di qualche merito(106).
Castelmur.  il piede a terra di tutti gli oziosi e di tutti gli intelligenti di pasticceria e di bevande spiritose(107). Le sue manifatture sono accreditatissime presso i buongustai, e meritamente. La sua posizione topografica lo rende necessariamente il luogo di Stazione di tutti i vagabondi, che traversano dalla mattina alla sera, la popolosissima via dei Calzaioli.
Witali.  Pasticceria e Caff al tempo stesso: il suo buffet gode buon nome: e questo locale  popolato particolarmente nella sera, allo sciogliersi delle piccole societ, nelle diverse case, e all'uscire dei pubblici spettacoli(108).
Caff Grande Elvetico.  un vasto Caff, forse il pi frequentato, per la sua centralit, di tutto Firenze.
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Capitolo 14.
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Stazione di Empoli.
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Empoli.
Eccoci al granaio della Repubblica fiorentina, direbbe, se fosse vivo, quella buona pelle dello storico Guicciardini(109).
E perch lo chiamate buona pelle uno degli Storici pi insigni del vostro paese?
Perch... perch... I perch sarebbero tanti, ma non ve li star a dire: ve ne dir uno solo, e basti per tutti: perch faceva i periodi troppo lunghi. I primi barlumi di questa importante terra della Toscana, cominciano ad albeggiare verso il secolo Ottavo. Molti per credono, e con ragione, che anche avanti detta epoca esistesse un Empoli Vecchio, e la comprovano sufficientemente gli avanzi di romani edifizi consistenti in colonne, capitelli, e impiantiti di mosaico, in vari tempi, e perfino al nostro secolo, trovati sotto i fondamenti delle mura Castellane d'Empoli: indizi manifesti di un paese preesistente e del grande rialzamento del suolo, accaduto in quella valle a cagione delle colmate dell'Arno e del torrente Orme. E se ci non bastasse, vengono in appoggio le otto grandi lastre di marmo fangite, cavate nel Secolo XI dai ruderi di qualche tempio assai pi vetusto per incrostare la facciata della collegiata d'Empoli, una delle chiese pi antiche della Toscana(110).
E verso qual epoca fu fabbricata questa chiesa?
Essa fu compita nel 1093 per le cure di un piovano Rodolfo e di quattro sacerdoti; cos si pu rilevare dai versi leonini incisi nell'arco della sua facciata. E sapete voi come avvenne che intorno a questa chiesa, che fu il nocciolo del paese, si venne a mano a mano formando
il Castello d'Empoli? Il conte Guido Guerra, che era Signore d'Empoli, e la sua consorte Emilia, fecero donazione alla gente di quei contorni di molti pezzi di terra, vicini alla chiesa di
S. Andrea, a patto che vi fabbricassero delle case: e per giunta, accordarono protezione ai novelli abitanti, obbligandosi, in caso di guerra e di distruzione per opera di nemici, a risarcire e rifare a loro spese le case che restassero o danneggiate
o distrutte. Ed ecco come nacque il nuovo castello d'Empoli: e da quell'epoca in poi, fu chiamato Empoli Vecchio quel pezzo di contrada, costituito dalle cure di S. Lorenzo, di S. Donato, S. Mamante e S. Michele, ora soppresse. Fu in Empoli che ebbe luogo la famosa Dieta, dove i fuorusciti Ghibellini, reduci dalla battaglia di Mont'Aperti, avevano risoluto di distruggere la citt di Firenze, per quindi fondarne una nuova in Empoli stesso. Questo congresso, dove lo spirito di parte era stato capace di proporre ci che forse non avrebbero osato di fare i Goti e gli Ostrogoti, ebbe luogo il 10 di Febbraio del 1255: e fu l che Farinata degli Uberti valorosamente si lev su contro il nefando consiglio, e quantunque solo, difese la diletta patria a tutt'oltranza, riportando una piena vittoria sulla decisione de' suoi compagni(111). In ricordanza di quest'opera bella e generosa, Firenze nel Secolo decimonono (otto secoli dopo!  una riflessione matura) credette ben fatto di ficcare il benemerito e valente suo figlio, che la salv dalla estrema rovina, in una delle nicchie degli Uffizi, facendolo effigiare in un blocco di marmo della cava di Seravezza. L'idea  degnissima di lode: forse della statua non si pu dire altrettanto. Anche altra volta, il Castello d'Empoli, come luogo centrale,  stato residenza di conferenze e di trattati: e mi piace rammentarvi che fu qui che si adun, nell'anno 1295, dopo la cacciata da Firenze di Giano della Bella, il celebre parlamento che doveva trattare di una lega guelfa contro i nemici della Chiesa.
Le antiche mura d'Empoli, pare che in origine non dovessero essere gran fatto solide, perocch la piena dell'Arno, nel 1333, le messe per terra. Furono riedificate per ordine e a spese della Repubblica fiorentina. Nel 1479 ebbe luogo la costruzione di un secondo cerchio. In seguito Cosimo I ordin che in Empoli venisse costruita una fortezza (ora ridotta a spedale) e la mun di ripari e di opere da difesa. E certo gli Empolesi da questo forte si sarebbero saputi ben difendere, allorquando il paese, nel 1530, fu assalito dalle truppe teutonico ispano papali, sotto il comando di Alessandro e di D. Diego di Sarmiento, se Pietro Orlandini e Andrea Giugni lasciati dal gran Capitano Ferrucci alla guardia d'Empoli, avessero mostrato meno dappocaggine e codardia, di fronte all'impeto degli assalitori. La caduta d'Empoli, in quel tempo, decise in gran parte della resa della Repubblica fiorentina e di questo doloroso fatto d'arme, gli empolesi ne conservano ancora una memoria sulle mura di un bastione dalla parte d'Arno, dove si vedono tuttora le impronte delle palle dell'artiglieria del generale Spagnuolo. E basti di ci: quello che mi preme dirvi si , che Empoli, per le sue tradizioni storiche, per il commercio attivissimo, e per l'aumentata popolazione, potrebbe degnamente figurare fra le citt della Toscana. La sua chiesa collegiata conserva ancora in gran parte la facciata che le fu data nel 1093: nel 1600 circa vi fu fatto il coro: nel 1738 la chiesa fu restaurata nell'interno: e nel 1763 fu coperta la soffitta. Il suo antichissimo battistero ha due tavole rappresentanti i SS. Giovanni e Andrea. La storia del martirio di S. Andrea, dipinta nei gradini dell'altare, la vogliono del Ghirlandaio. Il fonte battesimale di marmo bianco  dell'anno 1447. Nella collegiata poi si ammirano inoltre tre opere di buona scultura, cio un S. Sebastiano, del Rosellino, una Madonna in basso rilievo, creduta di Mino da Fiesole e il tripode che sostiene la pila dell'acqua santa, alla sinistra dell'altar maggiore, in cui vedesi scolpito il nome di Donatello. Fra le pitture, avete un quadro rappresentante S. Luca, di Giotto (e di Giotto pure ritengonsi alcuni quadretti dipinti nell'altare della Compagnia di S. Andrea): avete un S. Tommaso, di Iacopo d'Empoli: il Cenacolo, del Cigoli, nella Compagnia del Corpus Domini, e la visione di S. Giovanni Evangelista, del Ligozzi. Seconda per antichit e ampiezza  la chiesa di S. Stefano che fu gi dei frati Ermetani di S. Francesco. Questa chiesa possiede una tavola rappresentante la Presentazione al Tempio, opera dell'Empolese: una Nativit del nostro Signore, del Passignano, e vari affreschi del Volterrano. Ve ne erano anche altri degli affreschi, all'ingresso di questa chiesa, ma furono barbaramente scrostati, per la smania di imbiancare la Chiesa. Ah! credetelo a me, amico mio: due buoni terzi della Toscana antica stanno ora sepolti sotto l'intonaco e sotto il bianco di calcina. Un quadro del Cigoli, rappresentante l'Esaltazione della Croce, trovasi nella chiesa di questo nome, detta anche il Convento delle Monache Vecchie.
E perch vecchie?
Per ragione dell'anzianit del loro convento, in confronto coll'altro delle Domenicane.
A questo punto l'Omiciattolo dagli Occhiali verdi si tacque; e lisciandosi con una mano la parte inferiore del viso, ombreggiata da pochissimi e rari peli, dette un'occhiata di soddisfazione all'intorno, quasi intendesse ringraziare tutti coloro che avevano ascoltato attentamente il suo racconto.
Bisognerebbe aggiungere, (osserv un Fattor di Campagna) che la terra d'Empoli  rinomatissima per l'importanza dei suoi mercati settimanali!
E per i fiammiferi di Barrier... disse il giovinetto imberbe!
E per gli asini volanti, aggiunse un terzo, il quale accompagn la barzelletta con una grandissima risata, mostrando sul viso quella gioia profonda e innocente di chi  convinto di avere azzeccato una bellissima cosa.
Cosa sono questi asini volanti?, domand il giovine non fiorentino, all'uomo dagli Occhiali verdi.
Vi dir; c' un uso, in Empoli, nella giornata del Corpus Domini, di far volare un Asino.
Un Asino!
Un Asino!, cos . E qui il raccontatore fece un gesto di mortificazione, come per far capire che egli non aveva nessuna parte in quest'uso ridicolo. Quindi continu:
Portano un asinello sulla vetta del Campanile della Chiesa; gli appiccicano un paio d'ali sul tergo (vedi bell'usignolo!) e quindi, mediante certe funi che vanno fino a terra, lo lasciano andare dall'alto, e la povera bestia...
E la povera bestia?
Arriva in terra, o morta, o mezza tramortita, in mezzo agli urli di gioia di un numeroso e fanatico concorso. Oh! gli uomini molte volte non son altro che grandi ragazzi!(112).
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Capitolo 15.
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Teatri di Firenze.
( il Giornalista che parla).
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TEATRO DELLA PERGOLA.
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Sotto il consolato di Lanari il vecchio (detto meritamente il Napoleone degl'impresari) il teatro della Pergola fu rinomatissimo e per l'imponenza dei suoi spettacoli e per le celebrit tanto canore che danzanti, che vi si produssero nel corso di molte stagioni(113). Cessata l'impresa Lanari, la Pergola and da Anna e Caifasso e da Erode a Pilato, e sempre peggiorando(114). La gretteria, la spilorceria e l'abborracciamento vi presero stabile domicilio. Una volta questo teatro era il convegno di tutta la crme fiorentina (vi raccomando quella crema!)(115), oggigiorno  il ritrovo di tutti coloro che hanno tre paoli da buttar via, sotto lo specioso pretesto di passar la serata. Gli Accademici Immobili, anzi gli Illustrissimi Signori Accademici Immobili, credendo che il baco fosse nelle pareti, si scossero dalla loro gentilizia immobilit, e fecero metter mano ad un riattamento e ad un restauro generale. Speriamo sulla riapertura. A pareti nuove, ci vogliono spettacoli nuovi! All'erta, signori Immobili(116).
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TEATRO NUOVO.
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Per la sua vastit,  il secondo dopo la Pergola. Sordo, buio e mal guardato, il teatro Nuovo ha bisogno davvero di tutte le attrattive di un eccellente spettacolo, per indurre il pubblico a varcare le sue durissime soglie. Una volta, in tempo di Carnevale, questo teatro era il preferito dalle scolaresche fiorentine, che lo convertivano in una vera colombaia.

TEATRO DEL COCOMERO.

 il santuario consacrato alla Prosa! Tutte le pi grandi celebrit drammatiche dell'Italia vi hanno fatto la loro comparsa.
Carlotta Marchionni, Amalia Bettini, Carolina Internan, Maddalena Pelzet, Rosa Romagnoli, Adelaide Ristori, Fanny Sadowski
Amalia Fumagalli, Clementina Cazzola(117).
Luigi Vestri, Gaetano De' Marini, Gustavo Modena, Luigi Taddei, Gaetano Gattinelli, Tommaso Salvini, Ernesto Rossi, Gaspero Pieri, Luigi Bellotti Bon, Luigi Pezzana ecc... et reliquam

TEATRO ALFIERI.

Per la sua forma, questo teatro  forse uno dei pi graziosi della nostra citt. Recentemente imbiancato e rimesso a nuovo, meriterebbe sorti migliori e concorso pi numeroso. Il teatro Alfieri si presta convenientemente tanto alla prosa che alla musica. Il biglietto d'ingresso ordinariamente  di un paolo.

TEATRO LEOPOLDO.

Questo teatro ha mutato forma e scene da non molti anni. Per l'addietro si chiamava teatro della Quarconia, ed era un indecente locale dove il pubblico, durante lo spettacolo, mangiava, beveva e interloquiva a beneplacito cogli attori sulla scena. Oggi il teatro Leopoldo  stato ridotto a miglior lezione, e serve alla musica e alla prosa, a seconda dell'impresario che lo noleggia.

TEATRO GOLDONI.

Resta di l d'Arno, poco distante dalla Porta Romana. Questo teatro  frequentato quasi esclusivamente dai transarnini, perocch i Fiorentini che abitano dall'altra parte del fiume, hanno sempre considerato come un viaggio il traversare un ponte qualunque, per recarsi nella sezione opposta della citt(119). E forse non hanno torto. Annessa al teatro vi 
un'Arena diurna, assai graziosa, quantunque un po' in decadenza, la quale serve di Circo Olimpico a tutti gli Ercoli, che vengono a Firenze a mostrare la virt dei loro muscoli; come pure si converte in arringo drammatico, per uso di quelle compagnie comico acrobatiche, che hanno la potenza di recitare cinque atti di tragedia e di commedia con urli cos tremendi e rimbombanti, che il celebre Toro di Falaride sembrerebbe al paragone, una povera zanzara, colpita da un improvviso abbassamento di voce!(120).

TEATRO DI BORGOGNISSANTI.

 una piccola sala, di forma bislunga, di fresco restaurata, adatta tanto alla musica che alla prosa. Nel Carnevale  l'arringo dello Stenterello Cannelli. Il biglietto d'ingresso  mezzo paolo(121).

TEATRO DELLA PIAZZA VECCHIA.

Questa piccola sala, rimodernata recentemente, deve la sua popolarit all'artista Amato Ricci, che vi sosteneva, nelle Stagioni di Carnevale, la maschera fiorentina dello Stenterello. Il Ricci era il Caratterista simpatico a tutta la citt. Nelle sere in cui egli recitava, il teatro si vedeva gi pieno tre ore avanti che si alzasse il sipario, e i palchi brulicavano di aristocrazia e di grassa borghesia. Andare a sentire il Ricci, equivaleva a disporsi a passare la serata in mezzo alle risate le pi omeriche e le pi scomposte(122). Oggigiorno, il teatro della piazza Vecchia  decaduto dal suo antico nome, e solo vi si producono di tanto in tanto tutti coloro, che dopo un serio esame delle proprie facolt, si credono in buona fede di avere ereditato la scintilla (!) dell'estinto Principe degli Stenterelli.

POLITEAMA.

 un'Arena assai vasta, eretta a spese di una Societ, nel nuovo quartiere di Barbano. I miglioramenti che di mano in mano vi si vanno facendo, la renderanno quanto prima un elegante locale. Serve, pi che altro, agli spettacoli equestri; e in mancanza di questi, spalanca i suoi battenti anche ai miseri seguaci di Melpomene e Tala(123).

TEATRO PAGLIANO.

Smisurato fabbricone, che i pubblici cartelli si ostinano a chiamare Teatro delle Antiche Stinche (forse per rammentare ai Debitori civili il loro antico purgatorio) mentre la voce del popolo lo ha battezzato definitivamente col nome del Professor Pagliano (fabbricante emerito di Siroppi... e di teatri!)(124).
Esiste dunque, a Firenze, qualcosa che risponde al nome di Pagliano?, domand il francese con meraviglia(125).
Esiste sicuro, soggiunsi io.
Fi donc!, riprese il francese, scrollando il capo con atto di incredulit, Pagliano  un puff!
Pagliano  un uomo! (replicai allora con l'accento di chi  orgoglioso di promulgare una gran verit). Pagliano  un uomo: e dico cos unicamente per disinganno degli stranieri, i quali suppongono che Pagliano sia un mito, un nome, un medicamento, un siroppo, una radica del Monte Amiata.
Pagliano  un uomo! e qual'uomo! La sua giovent rammenta la giovent dei grandi ingegni: anche esso fu attraversato nella prima vocazione, come lo furono Ariosto, Tasso, Cellini e gli altri. La vocazione lo chiamava prepotentemente al Siroppo, mentre i suoi genitori, crudeli!, lo destinavano al canto. I vocalizzi per quest'eroe della Farmacopea sono stati un martirio ineffabile, quanto il famoso piffero per Benvenuto Cellini!(126). L'epoca, nella quale egli comparve per la prima volta sulle assi del palcoscenico, era un'epoca infausta alla musica e agli artisti. Le stonature non erano incoraggiate sufficientemente, come la Dio merc, lo sono adesso: ma tutt'all'opposto, il pubblico greggio e primitivo di dieci anni fa non le sapeva gustare.
Anzi si raccontano perfino dei casi in cui le stonature furono ingiustamente disapprovate.
Vedi che intolleranza!
Ma i tempi, torno a ripeterlo, hanno su questo rapporto progredito visibilmente: ed io sono sicurissimo che se Pagliano debuttasse a questi lumi di luna, non gli potrebbe mancare un brillante avvenire. Resta per sottinteso che egli avrebbe bisogno di studiare, e di studiare alacremente; anzi, molto alacremente.
Il fatto sta che il pubblico di allora con una di quelle pantomime eccessivamente espressive, fece intendere al nostro eroe che egli non sarebbe stato mai n un Tamburini, n un Lablache(127).
E Pagliano intese!
Dopo aver gustato e rigustato l'arcana volutt del fischio, ma del fischio unanime, generale, spontaneo, granito, egli disse addio alle scene e rivolse la mente agli studi favoriti della sua fanciullezza.
Un giorno che egli stava colla faccia prosternata verso la terra, meditando una formula... per far colazione, ud una voce che risuonandogli negli orecchi, gli disse:
Levati, Pagliano! vai... e in mio nome purgherai tutta la terra. Io sono... e qui la voce proffer un nome, che Pagliano non si  potuto giammai ricordare! Era caduto in deliquio!(128).
Ecco l'origine storica del Siroppo Pagliano. Le cattive lingue la raccontano diversamente, e dicono che la ricetta del Siroppo fosse una ricetta della famiglia, e che passando di padre in figlio, arrivasse finalmente anche nelle mani del nostro Girolamo(129).
Cos in poco volger di tempo, Pagliano poteva aver l'orgoglio di dire a se stesso: ho purgato tutta la cristianit. I crociati non poterono mai dire altrettanto!
L'oscurit delle tasche dell'ex-cantante fu tosto rallegrata dalla luce del francescone. Ma cos' il denaro agli occhi del filosofo? qual conto ne fa? Il nostro esempio considerava il francescone come una miserabile moneta di 10 paoli, e nulla pi!
Un bel giorno Pagliano, tormentato dagli stimoli della gloria, pens lungamente sulla caducit delle cose umane. Che fare?, Egli si avvide che il Siroppo era un monumento liquido, aveva bisogno di un monumento solido, e duraturo, che consegnasse il nome di Pagliano alla posterit. Quale ispirazione! Un teatro!(130).
Egli disse a se stesso:
I Siroppi passano, ma i teatri restano.
Ci detto, messe mano all'opra, e Firenze in pochi mesi vide sorgere un monumento degno del celebre Professore e della sua boccetta.
Pagliano non  un uomo di spirito; e ci forma il suo elogio. Ma se egli
lo fosse, o si piccasse d'esserlo, loch torna tutt'uno, dovrebbe fare apporre sul frontone del suo teatro un'iscrizione in caratteri d'oro concepita cos:
Ausu romano Siroppo Pagliano!(131).
La posterit non avrebbe nulla da ridire in contrario!
Un altro titolo vanta quest'uomo insigne alla memoria dei secoli. Questo titolo,  un'innovazione radicale portata nel linguaggio della medicina. Tutti sappiamo quanto questa materia sia ribelle ai fiori della rettorica, e alle seduzioni del sale attico. Da Galeno fino ai nostri giorni, la medicina  stata una scienza trattata seriamente. Era riserbato a Girolamo Pagliano il privilegio di farne una scienza umoristica. Pigliate il libretto che accompagna indivisibilmente la boccetta, e leggete: eppoi ditemi se avete mai trovato nulla di tanto lepido, fra le cos dette amene letture, che si stampano in giornata(132).
Io pi volte sono stato tentato a credere che il libretto di Pagliano sia parte integrante del Siroppo e concorra all'efficacia della cura. Difatti il paziente, prima di sorbire il farmaco portentoso, deve leggere almeno cinque pagine del noto opuscolo: ed  sicuro che un senso d'irresistibile ilarit si far strada vittoriosamente attraverso all'imbarazzo di stomaco, e ai dolori degli intestini. Eppure lo credereste? Oramai  provato come quattro e quattro fa otto, che quell'ilarit predispone in modo mirabile
il corpo del paziente all'azione della purga; ed  una delle tante virt segrete che si riscontrano nel Siroppo Pagliano.
Invano i chimici hanno tentato investigare di quali elementi si compone questa bibita; ne hanno scoperti quattro o cinque! ma l'ilarit finora  sfuggita sempre all'analisi della scienza.
Intanto il teatro  in piedi e come generalmente accade in simili circostanze, questo teatro  stato per molto tempo il tema favorito di tutti
i discorsi che si son fatti in Firenze.
Pagliano ha una gran riprova di aver compiuto, se non foss'altro, una buona cosa, nella guerra che gli fece la maggiorit del paese.
Ecco come parlavano i pi:
Centomila scudi! bene spesi: se fossero stati miei, gli avrei messi piuttosto in tante cene (e uno).
Con centomila scudi volevo ritirarmi a Parigi, e mettermi sotto le ali di un'Amazzone del Circo Franconi (e due)(133).
Se avessi avuto centomila scudi, me li sarei piuttosto giuocati a maccao! (e tre).
Con centomila scudi, avrei tenuto 10 Cavalli di pi nella stalla, (e quattro), e cos di seguito, gl'interlocutori si cambiavano, ma i discorsi si somigliavano tutti.
E meglio di questi aristarchi, non ha fatto Pagliano?(134).
Affacciate le vostre osservazioni sul lavoro, se volete, ma non attaccate l'idea. L'idea  bella. Dite che forse valeva meglio tenere il teatro due braccia pi stretto, perch alcuni palchi riuscissero pi comodi: dite che il palcoscenico non  troppo adatto per la sua angustia, ai grandi spettacoli; dite che  poco armonico, o troppo armonico; che  troppo lungo: che i palchi sono a ridosso l'uno dell'altro, ma non dite che i quattrini spesi in quell'edifizio sono quattrini gettati via.
Il teatro Pagliano, malgrado i suoi difetti, sar sempre un magnifico locale pubblico per la nostra Firenze. E quando a questi chiarori si trova un privato... capite? un privato che di proprio impulso caccia fuori centomila scudi, e mette in moto per pi di due anni le braccia di tanti operai, bisogna avere sulle labbra una parola di lode e di incoraggiamento, anche se l'opera non corrisponde pienamente ai desideri di tutti! anche se quest'uomo  un manipolatore di Siroppo!
O filantropi a parole! Pagliano v'ha dato una gran lezione!
Io non passo una volta davanti al Teatro Pagliano senza cavarmi il cappello. E sempre ben fatto salutare il monumento che porta il nome di un grand'uomo! E qual' quell'angolo d'Europa dove il nome di Pagliano non si trovi scritto, almeno su qualche boccetta di cristallo?
Raccontano l'effemeridi mediche che un mandarino della China scrisse una lettera al celebre dottor Boherave con questo semplicissimo indirizzo:
A Boherave
in Europa.
Era tanta la fama di questo medico insigne, che la lettera venne recapitata in proprie mani.
Ebbene, io credo, e lo credo in buona fede, che se un proprietario dell'Australia desiderasse del Siroppo, e scrivesse a Pagliano con questo indirizzo:
A Pagliano
nel vecchio mondo
la lettera arriverebbe senza inciampi al suo destino(135).
Boherave e Pagliano!
Permettetemi che io istituisca un parallelo fra questi due uomini cos celebri nella storia della medicina.
Essi si somigliano, anche per la semplicit dei loro metodi curativi.
Difatti Boherave lasciava un grosso volume in-foglio, nel quale, diceva egli, d'aver registrato i pi grandi segreti della scienza. Aperto il volume, fu trovato bianco da cima a fondo, eccettuata la prima pagina, dove erano scritte queste poche parole:
Conservate la testa fresca, lo stomaco libero, e i piedi caldi, e starete sani.
Quant'analogia col sistema curativo del nostro Pagliano!
Esso dice:
Tenete una boccetta del mio Siroppo in casa, una in tasca, ed un'altra sullo stomaco, e vivrete eterni.
Pagliano per, di fronte all'umanit,  stato pi benemerito di Boherave.
Esso ha inalzato un teatro, uno dei pi bei teatri fra quanti ne conta l'Italia. Ma qual'analogia, mi direte voi, pu esistere fra il siroppo e il teatro?
Eccovi la spiegazione. Il professore ha detto a se stesso: io sono in caso di guarire l'umanit da tutte le malattie. Questo  poco: l'umanit, quando  sana, vuol divertirsi, e difatti, cos' la salute senza i divertimenti e i passatempi? Dunque facciamo un teatro: il volgo supporr che quest'opera sia tutt'al pi un affare di speculazione, ma io nel segreto della coscienza, la riguarder sempre come un complemento del mio metodo curativo.
E difatti eccolo l, questo magnifico teatro, questo monumento gigantesco per i nostri tempi, quest'opera veramente straordinaria per l'impresa di un uomo solo.
Esso rappresenta la cifra di centomila scudi, cifra eloquentissima in ogni tempo, e specialmente in questi tempi di crittogama universale(136).
Cos : Pagliano senza scrupolo di coscienza pu permettersi in questo caso un peccato di poesia, egli, con traduzione libera dal greco, pu dire ai suoi clienti, accennando il teatro
L'Argento che mi deste ora vi rendo(137).
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Capitolo 16.
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Stazione di San Pierino.
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San Pierino!
San Pierino, in questo caso,  un prestanome.
Il vero paese, che merita la nostra attenzione,  San Miniato! Guardatelo l, su quel colle a sinistra.

S. Miniato(138).
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Ecco uno dei Castelli pi importanti della Toscana. Alcuni lo dicono fondato da Ottone I, altri da Desiderio, ultimo re dei Longobardi: c' perfino chi lo fa rimontare all'epoca romana, a causa di una sua contrada detta Pancole e di una chiesa ora distrutta e supposta anticamente tempio pagano, consacrato al Dio Pane(139).
E perch questo Castello lo chiamano al Tedesco?
Siffatta denominazione  antichissima e gli venne dall'essere stato
il Castello di S. Miniato, la residenza dei Giudici d'appello di Nazione tedesca che rappresentavano l'imperatore in Toscana. Resulta dalle carte dell'epoca che il primo Giudice imperiale residente in S. Miniato fosse un tal Giovanni, mandatovi da Ottone Quarto. Questi Vicari imperiali presero anche il nome di Castellani di S. Miniato. Ma dopo la giornata della Meloria, che cost tanta perdita ai Pisani, i quali unitamente ai Sanminiatesi, avevano sempre sostenuto le ragioni dell'impero in Toscana, i Vicarii tedeschi, perduto il loro pi valido appoggio, non potettero pi sostenersi in Toscana, e gli uni dopo gli altri ebbero a ritornarsene in Alemagna, e spesso con poco onore.
L'imperatore Arrigo VI fu quello che design S. Miniato, come Corte Imperiale: e nel Luglio del 1226 Federigo Secondo, figlio d'Arrigo, si rec a visitare il castello, con numeroso corteggio di principi e vescovi: e vuolsi che fosse egli stesso che facesse edificare la rocca di S. Miniato, bellissimo rudero, che vedete tuttora in piedi, l sul piumacolo del monte,
e che nell'epoche successive ha servito ancora da prigione di Stato.
Fra i fatti ricordevoli di S. Miniato, vi dir come nel 1308, il paese cambi forma di governo, perch i Ciccioni, i Mangiadori e altri nobili del Castello, attesoch era stato fatto uno statuto in virt del quale i nobili dovevano dar cauzione di fiorini mille, dinanzi al Capitano, di non offendere alcuno del popolo (vedi che esigenze!) questi signori che v'ho nominato poc'anzi si levarono su, e si presero contro il popolo, cacciando la Signoria e il Capitano di S. Miniato, ed abbruciando i libri e gli Statuti di quel Comune.
Nel 1356 Carlo IV, re di Boemia, traversando la Toscana per recarsi a Roma, volle visitare S. Miniato, dove venne accolto dai Sanminiatesi, come loro Signore; e tanto se ne chiam contento, che vi ritorn la sera del 5 Maggio dello stesso anno, dopo aver preso, dalle mani del Pontefice, la corona imperiale.
Fra i valorosi soldati di San Miniato si rammentano anch'oggi con molto onore un Giovanni Mangiadori e un Bartolommeo Portigiani, i quali militavano per la Repubblica Fiorentina nel tempo che i Pisani e gl'inglesi erano penetrati nel Valdarno superiore. Questi due prodi Sanminiatesi, rimasti alla Guardia del Borgo dell'incisa, una volta attaccati, uscirono fuori virilmente a battaglia, quando il Mangiadori fu preso colla spada alla mano, mentre disperatamente si batteva, e l'altro, il Portigiani, vedendo che non c'era scampo a salute, piuttosto che rimanersi prigioniero in mano ai nemici, si gett nell'Arno e vi si anneg.
Nell'anno susseguente, il giorno di S. Vittorio, quando accadde la gran battaglia nella pianura fra Cascina e la Badia di S. Savino, dove coi Fiorentini militavano Sanminiatesi contro ai soldati pisani, ci fu un Piero Ciccioni di S. Miniato, che per il suo mirabile valore, venne armato cavaliere sul campo della vittoria, poco innanzi di tornare con l'esercito e coi prigioni pisani al Castello di S. Miniato. Questa vittoria riportata dai Fiorentini sulla gente di Pisa, si commemora anche oggi, ogni anno in Firenze, il giorno di S. Vittorio, con un palio, o corsa di cavalli di sangue non troppo puro.
Ma i Sanminiatesi, anticamente, non se la dicevano gran fatto coi Fiorentini: dimodoch, avanti che terminasse l'anno 1369, conservandosi il Castello in aperta ribellione verso la Repubblica fiorentina, questa vi mand un esercito comandato dal Malatesta e dal Conte Roberto
di Poppi. Invano accorsero in sussidio degli assediati le genti milanesi inviate da Bernab Visconti, e le pisane, sotto la scorta del celebre capitano Giovanni Aguto: ch i Fiorentini, reggendo a molti acciacchi, tennero forte: e quelli di dentro al Castello si trovarono ben presto assottigliati di viveri e di munizioni. E forse si disponevano a tentare il colpo dei disperati, quando per tradimento di un Sanminiatese per nome Luparello, che stava nel campo degli assedianti, venne rotto un muro, e aperta in tal modo la via al conte Roberto e ai Fiorentini di impossessarsi del paese, a discrezione!(140).
Fra i fuorusciti Sanminiatesi fatti prigioni in codesto assedio, e decapitati a Firenze, ci fu un Filippo di Lazzaro Borromei, che ebbe per figlia una Margherita, la quale dopo il tragico fine del padre, fugg a Milano e quindi si marit a un Vitaliani di Padova. Da questo matrimonio nacque Iacopo Borromei (gi Vitaliani) e che fu poi lo stipite dell'illustre famiglia milanese che diede S. Carlo alla Chiesa Romana.
Dopo l'assedio e la presa del Castello, fra Firenze e S. Miniato fu concluso un trattato di pace, nel quale, fra le altre cose vi si dice che S. Miniato per l'avvenire si chiamer fiorentino, e non pi al tedesco: e alcuni nobili Sanminiatesi furono in quell'epoca creati cavalieri fiorentini. Ma, a dispetto per della lettera del trattato di pace, il Castello ha conservato sempre, e conserva tutt'oggi, la sua prima e antichissima denominazione di S. Miniato al Tedesco.
Fra i commovimenti interni di questo paese,  celebre quello accaduto verso la fine del secolo XIV, per opera di un Benedetto Mangiadori, Sanminiatese, ma costantemente ribelle e fuoruscito. Questo malanno s'intese con Jacopo Appiano fatto Signore di Pisa, e pattu di dare S. Miniato in sue mani. Detto fatto, il Mangiadori si part da Pisa, seguito da pochi compagni, e la sera del 26 Febbraio 1397 messe piede nel Castello. Si port difilato al palazzo del Vicario fiorentino, che era Davanzato Davanzati, e trovatolo nella sala, lo uccise. Quindi gettato il cadavere dalle finestre cominci a gridare: Viva il popolo di S. Miniato e la Libert
ma il ribelle non fu appoggiato: perch i Sanminiatesi si armarono gridando: Vva il Comune di Firenze. Dimodoch l'assassino, dopo essersi valorosamente difeso nel suo palazzo, sopraffatto dal numero, dovette fuggire per una porta nascosta, che dava sulle mura.
Nell'Agosto del 1409 la Signoria di Firenze, per mezzo del suo ambasciatore Giovanni Ristori, fece istanza al Pontefice Alessandro V per erigere S. Miniato in Citt Vescovile.
Nel 1527, caduta Firenze sotto le armi collegate di Carlo Quinto e di Clemente Settimo, anche il Governo di S. Miniato fu ridotto a Monarchico e sottoposto al Duca Alessandro de' Medici. Da quest'epoca in poi, i Sanminiatesi si conservarono sempre fedeli ai sovrani delle due dinastie, e nel 1622 videro la loro patria
eretta a Citt vescovile, come nell'Agosto del 1833 vi fu creato un tribunale collegiale, con residenza di un regio commissariato.
La Cattedrale di S. Miniato, detta di S. Maria e S. Genesio, venne adorna nel 1775 di statue e di stucchi.
 degno d'osservazione il Palazzo di Sotto ora del Vescovo, ed un tempo Residenza dei Signori.
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Capitolo 17.
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Il Vademecum del Viaggiatore.
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1. Avendo necessit di partire con un dato treno,  sempre meglio giungere alla Stazione dieci minuti avanti la partenza... che cinque minuti dopo.
2. Procurate, dovendo comprare il biglietto, di pagare con moneta da ventiquattro carati, perch i bullettinai delle Stradeferrate su quest'articolo sono schizzinosi fino alla nausea!(141).
3. Cercate di porre il vostro biglietto in una tasca sicura, per evitare
il caso di smarrirlo, e trovarvi costretto a ripagare il prezzo di tutta la gita, con biglietto di prima classe (prepotenza che sa di MedioEvo da lontano un miglio).
4. Se non vi spinge necessit o veduta economica, preferite i treni ordinari ai cos detti treni diretti: perch quantunque da Firenze a Livorno lo stradale non sia lunghissimo, nonostante la natura umana  cos caduca, cos esigente e cos avvezzata male, che difficilmente pu stare due ore di seguito, senza domandarvi qualche servigio, o qualche piacere per forza.
Se dovete partire con un treno diretto, prima di salire in vagone fate il vostro esame di coscienza, per vedere se v'occorre nulla. Accade che, durante la gita, si fanno sentire alle volte dei bisogni pi imperiosi dei bisogni sociali... e allora, credetelo a me, la gita di piacere diventa un sanguinoso epigramma.
Sulla scelta della Classe, in cui dovete entrare, consigliatevi col vostro portamonete.
Se amate stare in piedi, entrate in quarta classe, nuovo genere di supplizio inventato recentemente, a benefizio delle persone poco facoltose, dagli azionisti delle strade ferrate.
Se poi amate l'aria fresca, la durezza delle panche e... i reumi di Cervello, entrate in un vagone di terza classe e sarete esaudito.
Volendo salvare i rispetti umani e mettersi al coperto dalla sorpresa
di una pioggia improvvisa o di un colpo di sole, la seconda classe  fatta apposta.
Se amate i comodi della vita, o se viaggiate per conto di qualche cliente, non c' da esitare: la prima classe  quella che pi vi conviene.
Se dovete fermarvi a qualche Stazione intermedia, non vi divagate troppo: e particolarmente, non vi lasciate prendere dalle carezze di Morfeo. Rammentatevi che il sonno  traditore. Il sonno trad Parisina
e non era in wagone!(142).
Viaggiando in terza o quarta classe, dove il vento ha libero dominio, sar bene che il vostro cappello sia fortemente adeso alla vostra testa, perch restandone senza (del cappello beninteso, non gi della testa) avreste  vero, la soddisfazione di mettere il buon umore e l'ilarit in tutta la brigata, ma vi toccherebbe poi l'umiliazione di fasciarvi il capo col fazzoletto da naso, per il rimanente del viaggio. Io non ho mai creduto che il Cappello conico sia il coperchio pi artistico che potesse toccare all'uomo: ma neppure il fichu si addice gran cosa alla fisonoma maschile, specialmente se questa  fornita di baffi e fedine(143). Se per disgrazia, il vento vi involasse il cappello, e foste di coloro che hanno la velleit di coltivare sul mento, e nei dintorni una barba alla cappuccina, allora vi consiglio piuttosto a prendere un cimurro di testa, che a fasciarvi la nuca col fazzoletto da naso. L'ilarit dei vostri compagni di viaggio, ne sono sicuro, diventerebbe smodata e provocante(144).
Ogni volta che il treno  sul punto di partire, se voi parlate caldamente colla persona di faccia, procurate che fra il vostro naso e quello dell'interlocutore, ci passi una rispettosa distanza, poich, nell'urto che si danno fra loro i wagoni, movendosi, potrebbe accadervi, come  accaduto a tanti, che il vostro interlocutore venisse a darvi un bacio (coi denti) sul tenerume delle vostre narici. Questi baci, di sovente, arrivano all'anima assai pi... del primo bacio d'amore!
Se il wagone in cui entrate vi lascia libero nella scelta del vostro posto, fate in modo di scansare la vicinanza dei ragazzi e dei parlatori di vantaggio. Tanto i primi che i secondi finiranno col cavarvi di cervello.
La vita  breve... ma la noia  lunga!(145). Perci, se desiderate ammazzare in qualche modo le lunghissime ore del vagone, procacciatevi un libro... o fate mentalmente il riepilogo delle vostre passivit.
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Capitolo 18.
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Stazioni di S. Romano, della Rotta, di Pontedera, di Cascina e di Navacchio.
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S. Romano(146).
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Questo borgo  situato nell'altipiano di alcune tufacee, lungo la strada postale livornese. Trovasi in un magnifico punto di prospettiva, dal quale si scuopre quasi tutto il Val d'Arno inferiore e le sue popolatissime rive.
Anticamente questo borgo fu un Castello con torre: e prese il nome dalla sua chiesa. Ebbe anch'esso le sue peripezie militari. Nel 1313, certi fuorusciti Guelfi occuparono la torre di San Romano, e vi uccisero quanti abitanti capitarono loro sotto le mani: e nel 1316, se ne impadron a viva forza l'esercito pisano lucchese, comandato da Uguccione della Faggiola. Quindi i Pisani, a tenore della pace di Napoli del 22 Maggio 1317, la restituirono al Comune di S. Miniato, unitamente ad altri castelli circonvicini. Nel 1391 vi si accamp un grosso esercito di fiorentini, sotto il comando dell'Aguto: e un altro campo di truppe vi prese stanza nel 1432. Da questi fatti  lecito arguire che la Torre di S. Romano fosse ritenuta per quei tempi un'importante posizione militare.
Verso il 1513 una pastorella scoperse in quei luoghi (cos racconta la voce popolare) una immagine miracolosa di Maria Vergine detta di Vaiano, e il popolo di Montopoli per adorare questa immagine edific sul posto un tempio, al quale oggetto il Pontefice Leone X comand che vi fosse eretto accosto un Convento di Monaci dell'Osservanza, per custodire quel prezioso Simulacro nella cappella della stessa Chiesa, stata odiernamente abbellita di buoni bassorilievi, dello scultore fiorentino Santerelli. La parrocchia di S. Maria in S. Romano conta una popolazione di circa 2000 anime.

La Rotta.

Chi  per la Rotta?, grid la guardia della Stazione, appena che il convoglio, cigolando e fischiando sotto la compressione delle martinicche, si fu fermato(147).
Donde mai, chiese una zittellona di 40 anni, ha preso il suo nome questa contrada?
Probabilmente, rispose l'altro senza farsi attendere, dalla rottura naturale dell'Arno, quando le sue acque radendo l'estreme falde dei poggi fra Monte Calvoli e Monte Castello, si fecero strada dal Valdarno inferiore nel bacino Pisano. In ogni modo, il nome di Rotta  antichissimo, perch fin dagli anni 811 e 830 si parla di alcuni beni posti al di l della Rotta (Transrotta). Gli abitanti di questo borgo esercitano quasi tutti il mestiero di fornaciai, ossivvero quello di tagliaboschi e di vetturali, per far legna e trasportare i mattoni, embrici ed altri prodotti consimili delle molte fornaci che si contano nel paese(148). La Parrocchia di S. Mattia della Rotta deve fare, all'incirca, un 1400 abitanti.

Pontedera(149).

Questo paese che presenta un aspetto cos animato e commerciale fu gi un antichissimo castello di frontiera della Repubblica Pisana, munito di fossi e con ponte sulla fiumana dell'Era. I Pisani ebbero pi volte a fortificarlo, perch soffr molti danni nelle vicende guerresche fra Pisa e Livorno, e particolarmente nel 1328, quando i fiorentini lo presero, lo saccheggiarono e ne demolirono il fortilizio: come pure nel 1364, all'epoca della famosa guerra combattuta fra i Pisani e i Fiorentini, su quel di Cascina, nella quale quest'ultimi avendo avuto il di sopra, tornarono nuovamente a dominare su Pontedera e suoi limitrofi Castelli. Dopo varie vicende, i Pontederesi, nel 1431, si dettero al capitano Niccol Piccinino: a cui i fiorentini ritolsero per forza il paese l'anno dopo. Intorno a codest'epoca pare che il Castello di Pontedera restasse alquanto disabitato, perch nel 1454 la Signoria di Firenze ordin che cento famiglie di Camporgiano e altrettante di Albiano e Caprigliola, della Lunigiana, si recassero ad abitare Pontedera, ad oggetto di ripopolare codesta terra.
Alla venuta di Carlo Ottavo in Italia, i Pisani ribellatisi al Comune di Firenze, e irritati perch i Pontederesi avessero
ricusato di prestar giuramento alla antica loro madre patria (Pisa) corsero su Pontedera, la presero e la saccheggiarono senza piet. Ma gli abitanti del paese, alla prima occasione cacciarono il presidio pisano e si riposero di nuovo all'ombra del Comune di Firenze. Invano i Pisani tornarono con molta gente all'attacco del paese: ch furono sempre e coraggiosamente respinti da quei bravi terrazzani. Per il danno pi grande che patisse Pontedera, si fu nel 1554, allorquando vi passarono le truppe austro ispano medicee condotte dal Marchese di Marignano: il quale dopo aver costretto Piero Strozzi alla ritirata, fece abbattere le mura castellane di Pontedera, come in castigo, per avere quegli abitanti accolto lo Strozzi fra loro.
Il Castello di Pontedera ebbe un condottiero, che fu detto il Conte Anton Francesco Pontedera, celebre per il suo valore e pi per le sue crudelt: il quale fu dipinto nel palazzo del Potest impiccato per un piede e con la taglia di un grosso premio a chi lo riportasse vivo o morto. Questo Conte si un a Niccol Piccinino, e fu poi condottiero di 600 fanti italiani, che gli erano pagati dal Duca di Milano, per far parte del seguito che accompagnava Sigismondo, quando era intenzionato di recarsi a Roma, per prendervi la corona imperiale.
La Chiesa dei SS. Iacopo e Filippo, oggi Propositura, rimonta al secolo 12esimo. Ne fu gettata la prima pietra, con solenne funzione e al cospetto del popolo Pontederese, il d 15 Maggio 1271.

Cascina.

Eccoci a Cascina!
 Vorrei un po' sapere perch questo paesetto si chiami Cascina (col, Vi breve) mentre la passeggiata fuori di Firenze, che porta lo stesso nome, diventato plurale, sia detta Cascine, coll'I lungo.
La ragione  chiara: perocch il nome delle Cascine di Firenze, deriva da Cascina, ossia luogo di pastura: mentre la denominazione di questo paese ha un'origine ben differente, e proviene, secondo tutte le probabilit, da Cassino o Casina, ossia da una di quelle case con casalini, cos spesso rammentate nei rogiti dei secoli barbari. Nel 1385 Cascina fu cinta di mura: e nei suoi primi tempi ebbe diversi fatti d'arme da sostenere; nel 1295 si batt contro ai lucchesi: finalmente quest'ultimi nel 1499 la espugnarono gagliardamente e d'allora in poi la tennero sotto
la loro dipendenza. Questo paese dette i natali al frate Buonagiunta di Cascina, il quale nel 1265, tradusse dalla lingua araba nella latina un trattato di pace e di Commercio tra il Bey di Tunisi e la Repubblica Pisana. La terra di Cascina, sebbene non grande,  per una delle pi vaghe e pi pulite della Toscana. La sua forma  quadrilunga: ha le strade regolari e rettilinee, fra le quali la pi larga  quella postale, che attraversa Cascina fra decenti abitazioni fornite di portici. La pianura di Cascina  abbondante in paglia, foraggi e fieni. La famiglia degli alberi da frutta, vi cresce copiosa: gigantesca vi lussureggia la vite: ma il vino  insipido e debole, e ordinariamente non regge agli stelloni delle canicole(150). Le fornaci di terraglie sono il ramo principale di commercio tanto per il paese che per le vicinanze. Anni addietro, avanti, cio, dell'apertura della Strada ferrata, i trasporti per acqua e per terra delle merci offrivano un rilevante guadagno agli abitanti di Cascina.

Navacchio(151).

 una modesta borgata. Del Comune di Navacchio e della sua chiesa di S. Jacopo ne fanno menzione alcune carte pisane, fino dai Secoli 13 e 14: ma la qualche importanza di questo paese  di data recente, dell'epoca, cio, che i Fratelli Manetti vi stabilirono una gran fabbrica di tessuti in cotone, con circa 120 telai: fabbrica che fornisce lavoro e sussistenza ad un ragguardevol numero di famiglie.
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Capitolo 19.
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Uno schiarimento.
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E il Curioso? e la Bionda? e il Romanzo in vapore? Ecco tanti quesiti, che me li sento ronzare intorno agli orecchi, l'un dopo l'altro, come se fossero uno sciame d'importunissime mosche.
Forse il lettore creder che l'aneddoto amoroso del 6 Capitolo io l'abbia gettato l in mezzo, cos per dir qualcosa, e che poi, ciarlando a diritta e sinistra, me lo sia dimenticato per le tasche, come se fosse un conto del sarto o il biglietto d'invito per un concerto di musica classica. Ma il lettore questa volta s'inganna a partito.
Ogni romanzo ha le sue regole e i suoi artifizi!(152).
Se io non fossi stato l'inventore del Siroppo Depurativo (mi diceva un giorno il professor Pagliano, in un quarto d'ora di libera effusione) sento che sarei stato l'inventore del romanzo sociale in Italia!(153).
Queste parole uscite dalla bocca di un grand'uomo (tre braccia e mezzo di statura!) mi dettero seriamente a pensare(154).
Voi dunque (soggiunsi io, dopo pochi momenti di silenzio) trovate una certa analogia fra il vostro siroppo e il romanzo contemporaneo!
Amico mio (riprese con accento grave e sostenuto il Caligola degli intestini)(155) tutto  siroppo in questo mondo, tutto. Ogni arte ha i suoi segreti e le sue ricette. Beati coloro che ne sono convinti! Badate a me. Se domani, per esempio, vi accingete a scrivere un romanzo contemporaneo, novantanove per cento i vostri lettori cominceranno a sbadigliare al primo capitolo: al secondo avranno delle cascaggini: al terzo dormiranno saporitamente il sonno della noia, che, in molti casi, credetelo a me,  assai pi profondo di quello dell'innocenza. Il gran segreto del romanziere, sapete voi dove sta? Sta nel conoscere il modo di eccitare la curiosit, e nel sapere incatenare per un verso o per l'altro, i lettori alle pagine del libro, per poterseli quindi tirar dietro, come tanti schiavi, attaccati al carro della fantasia!!!(156).
Caro professore (ripresi io, penetrato dalla forza di quelle sentenze pseudo letterarie) vi dir francamente che sono troppo discreto per domandarvi il segreto del vostro Siroppo: ma riterrei poi per una cortesia singolare, se voleste comunicarmi la ricetta per il Romanzo sociale contemporaneo.
E perch no? state attento alle mie parole e a suo tempo sappiatene tirar partito.
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UN ROMANZO.
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Secondo la RICETTA del Professor Pagliano.
Capitolo primo, (disse il Professore)  una serata d'inverno, fredda, buia, piovosa. (In fatto di romanzi,  sempre bene attenersi al tempo cattivo!)(157). Un uomo vestito di un grosso cappotto, con lanterna in mano, s'introduce, quasi di soppiatto, per un vicolo della citt(158). Ad un tratto si ferma: tocca leggermente una porta: la porta si apre... si ode un grido straziante di donna... Ah!
Capitolo secondo. Il lettore corre subito al Capitolo secondo, divorato dalla curiosit di conoscere chi abbia cacciato quel grido. Ma voi, non vi lasciate sedurre: e invece di dargliene la spiegazione, attaccate cos: Per la maggiore intelligenza del fatto, che abbiamo preso a raccontare, fa di mestieri tornare un passo indietro(159). Dopo queste premesse, voi descrivete la Cameretta di una povera fanciulla.  mezzanotte! Maria non trova pace: si volta e si rivolta nel suo letto, come persona che soffre. Psi! I vetri della finestra si rompono: qualcosa di solido batte sul pavimento: Maria  gelata dalla paura(160). Si ode una voce che chiama sommessamente: Maria, e Maria risponde, come rispondono tutte le ragazze, quando son chiamate, e dice tremando: Eh!
Capitolo terzo. Il lettore vorrebbe sapere il seguito di quell'eh?Eh?!, ma voi fate un mezzo giro a destra, e tornate al primo Capitolo. Intanto si cambia scena e siamo in un salotto elegante. Un vecchio dalla faccia sinistra, dall'unghie di sparviero, e dalla veste da camera ricamata in oro, parla con gran calore con un povero giovine, figlio del popolo, dalla camicia grossa, dalle scarpe grosse, e dalle braccia grosse. Il vecchio offre al giovine una borsa piena d'oro, a patto per che egli faccia quanto sta
per ordinargli(161). Il giovine titubando accetta la borsa dell'oro. Il vecchio allora d un'occhiata all'intorno, e quasi temendo che anche le mura possano ascoltare il suo segreto, si avvicina all'orecchio del giovine, e gli sussurra una misteriosa parola. Il giovine  assalito da un brivido convulso... impallidisce, getta la borsa in terra, e serrando i pugni, grida come un ossesso: IH!!!!
Capitolo quarto. Il lettore, come  naturale (perch tutti i lettori sono curiosissimi per istinto) vorr conoscere questa parola misteriosa: ma voi gli girate nel manico e piantate la scena in un bosco(162). Ecco un pastore, che suonando la sua zampogna, fa la guardia alle pecorelle. Ad un tratto, il pastore cessa improvvisamente di suonare, si pone in ascolto, ed ode in lontananza un gemito, come di persona che si lamenta. Si dirige a quella parte... scorge una specie di pozzo diroccato, vi si affaccia... e torcendo il viso per un forte orrore esclama: Oh!
Capitolo quinto. Ma chi v'era in quel pozzo? domanda subito il paziente: e voi, duro. Cos, saltando sempre di palo in frasca, ripigliate il seguito del capitolo secondo, tirandovi dietro il povero lettore che, stringendosi nelle spalle, si contenter d'esclamare alla fine di ciascun capitolo: UHM!!!!!
In questo modo, il mio onorevole Professore mi provava come quattro e quattro fa otto, che con cinque interiezioni, ossia, con un'Ah! un'Eh! un S! un'Ohi! e un'Uh! collocate a tempo, si poteva benissimo mettere insieme un romanzetto sociale, da farsi leggere avidamente dal frontespizio fino all'ultima pagina dell'indice!
E la lezione non and perduta!(163).
Pochi giorni dopo, incontrando a caso un Editore sulla pubblica strada, mi feci lecito di apostrofarlo con questo insolente interrogativo:
Conosci tu per caso la storia dei paesi che si incontrano lungo la strada ferrata, da Firenze a Livorno?
La conosco sicuro!
Per esempio?
Per esempio... sarebbe troppo lunga se io volessi citarvene tutti i fatti principali, ma posso dirvi in compendio, che S. Miniato fu preso con un branco di Capre, che la terra d'Empoli  celebre per il discorso di Farinata, e per il volo dell'Asino, come Pontedera  rinomata per i sopra capellini del Paoletti!.
Basta cos: non ne sai altro?
Mi par di no!
Tanto meglio: ti dir dunque per tuo conforto che due buoni terzi dei fiorentini, che forse sono andati le quaranta e le cinquanta volte da Firenze a Livorno, ne sanno anche meno di te, circa agli avvenimenti di tanti paesi che s'incontrano su quello stradale. Ebbene: vuoi tu che io ti proponga una speculazione?
Sentiamola.
Facciamo una guida della Strada ferrata Leopolda.
Facciamola pure: ma nessuno la comprer.
Lo credi?
Ne sono sicuro: facciamo piuttosto un romanzo.
Come c'entra il romanzo col vapore?
C'entra benissimo: anzi, il titolo non potrebbe esser pi seducente: Un romanzo in vapore! Bello! magnifico! nuovo! stupendo!(164).
Calmati e ascolta: io penser a metterti insieme la Guida: in quanto poi al romanzo...
Facciamo una cosa, la Guida intitoliamola Romanzo!
 una trappoleria bella e buona!
Soffrite per caso di scrupoli?
Ho capito!
E cos ci lasciammo; e per tutto contratto, ci stringemmo la mano, con una buona scossa all'americana(165).
Giunto a casa, le lezioni di Pagliano sul modo di manipolare il romanzo sociale, mi tornarono in mente. Pescai l'argomento: disposi la tela: gettai gi i primi capitoli, eppoi... eppoi mi accorsi che l'editore mi aveva fatto una specie di letto di procuste (lungo appena dieci fogli) nel quale era impossibile che la Guida e il Romanzo, potessero entrare simultaneamente, senza prendere il disperato partito o di mozzare le gambe all'uno, o di scorciare il collo e la testa all'altra.
Fra i due mali, scelsi il minore, e credetti ben fatto di amputare le gambe al Romanzo(166).
Ed ora, se il romanzo non  andato avanti, di chi  la colpa?
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Capitolo 20.
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Stazione di Pisa(167).
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La citt di Pisa, secondo Plinio, Strabone e Virgilio, fu fondata nientemeno che dai Greci, quando uscirono dall'altra antichissima Pisa del Peloponneso.
Augusto imperatore Romano la chiam Iulia Obsequens: e Adriano ed Antonino, in seguito, l'adomarono di templi, di teatri, di archi trionfali, e di altri diversi monumenti, dei quali non restano in oggi che le vestigia, come quelle dell'Acquedotto, dei Bagni di S. Giuliano, di altri bagni o terme presso la porta di Lucca, e non lungi di l, quelle di un tempio e di un palagio gi appartenenti a Numa.
La citt di Pisa dovette principalmente il suo splendore e la sua proverbiale opulenza al gran commercio marittimo che faceva, avendovi l'Arno la sua foce, che poi ne fu allontanata in causa dell'alluvioni dal fiume depositate.
Le merci di ogni banda rigurgitavano nel Porto Pisano, del quale oggi accennano appena il luogo alcune torri smozzicate e mezzo cadenti.
Era Pisa il principale emporio italico del Mediterraneo; perfino l'oro del Bisanzio colava a titolo di pensione nel suo erario: e quando scese nella penisola Federigo Barbarossa, la riconobbe principe delle toscane citt e ne accord l'onorevole investitura.
Intanto sorgeva a lato Genova, e la triste semenza delle italiche discordie covava sotto il cenere della commerciale emulazione. Bisogn romperla: e nel 1283 allo scoglio della Meloria le due rivali ferocemente si urtarono, e la pisana grandezza fu mortalmente ferita nel cuore.
Allora scoppiarono le civili discordie: le gi fatte conquiste vennero a mano a mano ritolte: e Pisa divent debitrice della sua precaria e vacillante esistenza alla protezione di estranei signori.
In seguito, le imposero sul collo asprissimo giogo Uguccione
della Faggiola, i Gherardeschi e i Gambicorti: di fraterna strage si macchiarono i Bergolieri ed i Raspanti: finalmente gl'indegnissimi Iacopo e Gherardo d'Appiano la vendettero al Duca Gian Galeazzo Visconti di Milano; e quest'infame mercato venne confermato nell'anno 1399.
Fu in questo tempo, che Firenze stabil di dominare stabilmente su Pisa, e Pier Capponi la strinse di assedio, forzandola ad arrendersi a discrezione, dopo un'eroica resistenza.
Alla discesa di Carlo Ottavo di Francia, la citt di Pisa si ribell ai suoi dominatori: finch questi nel 1508 nuovamente la ridussero a sommissione, mandandovi a prenderne possesso i tre commissari Antonio da Filicaia, Alamanno Salviati, Niccola Capponi.
Soltanto sotto Cosimo Primo la citt di Pisa cominci lentamente a riaversi dalle sue passate e profonde calamit. Gli studi a poco a poco si ristorarono; e le terre tornarono a farsi ubertose e feconde: perocch laddove le acque impaludate rendevano mefitica l'aria, soccorse l'arte e la magistratura dei Fossi, saggiamente istituita sotto Lorenzo il Magnifico, a provvedere al desiderato disseccamento.
In oggi, Pisa  considerata la Nizza della Toscana, appunto in grazia del suo clima benefico e dolce e, nella stagione d'inverno, questa amena e ridente citt si converte nel quartier generale di tutti quei forestieri, che si sono ostinati a viaggiar per salute e credono in buona fede nella virt specifica del cos detto cielo d'Italia!
Le mura di Pisa, anticamente, erano fornite di alte torri, di cui oggi si conservano appena i nomi, come quelle della Vittoriosa e della Fame, torre resa celebre dalla morte del Conte Ugolino e pi dai versi dell'Alighieri(168).
Dividesi la citt in 3 quartieri, due dei quali sulla sponda destra del fiume, che  lunghissimo e maestoso, fiancheggiato da belle e spaziose riviere, guernite di case e palazzi, e attraversato da tre ponti, uno dei quali di marmo bianco, su cui facevasi il famoso giuoco del Ponte.
Per la pi parte le strade sono larghe, ben lastricate e munite di comodi marciapiedi. Vi si osservano belle case, parecchi palazzi di antica e pregievolissima architettura, e da qualche tempo in qua, una quantit assai grande di eleganti botteghe e di ben forniti magazzini. Un colpo d'occhio singolare presenta la passeggiata del Lung Arno, ove le due strade parallele e l'ordine dei nobili e vasti edifizi seguono la curva del fiume e si prestano mirabilmente al magnifico spettacolo della Luminara,
a disegno, rinnuovata ogni triennio in onore del patrono S. Ranieri.
Vi figurano le Chiese di S. Paolo, di S. Matteo, di S. Maria ed altre minori.
Delle 9 piazze pubbliche di Pisa, quella del Duomo  senza contradizione la pi bella, come quella che racchiude i quattro principali monumenti della citt, cio:
Il Duomo, o la Cattedrale,
Il Campanile, o Torre pendente,
Il Battistero e Il Camposanto.
La Cattedrale figura meritamente fra le chiese pi belle d'Italia. Credesi fabbricata sui resti di un Tempio di Adriano: la sua architettura detta Greco barbara  dovuta a Boschetto, creduto greco d'origine.
Vi si conserva il mausoleo dell'imperatore Enrico Settimo, che fu il fondatore della celebre Universit pisana.
Il tempio di S. Giovanni o Battistero, che resta a pochi passi dalla porta principale del Duomo,  anche esso opera pregievolissima di architettura. Fu eretto dal 1152 al 1164 dall'architetto Diotisalvi. La cupola  coperta da una lastra di piombo.
Il campanile, o Torre pendente contasi fra le italiche meraviglie, ed , mi sia permessa la frase, la grande curiosit della citt di Pisa. Questa torre marmorea alta 150 piedi, ornata di 5 ordini di colonne ha una inclinazione di 14 a 15 piedi, la quale bizzarria dai pi  ritenuta per effetto dell'arte: mentre alcuni pretendono che il suolo abbia ceduto. Il fatto sta, che questo magnifico e curioso campanile, incominciato nel 1174 da Guglielmo d'Inspruck e Buonanno di Pisa e verso la met del decimoquarto secolo terminato da Tommaso Pisano, appare solidissimo, e non mostra di avere sofferto la bench minima alterazione. Vi si ascende alla sommit per una agevolissima scala. Avviso ai dilettanti d'emozioni e di giramenti di capo!
Il Camposanto, opera di Giovanni da Pisa, fu incominciato nel 1200 e terminato nel 1283. Questo vasto cortile lungo 222 passi e largo 76 circondato da bella galleria gotica, lastricata di marmo e adorna di 60 arcate, ed abbellito di pitture antiche e di vetusti sarcofagi  riguardato come un prezioso Museo di oggetti classici d'arte. Vi si ammirano sopra tutto per la loro veneranda et i Cenotafi Pisani, che risalgono ai tempi
d'Augusto, e coi quali si decretano a Lucio ed a Caio gli estremi funebri onori.
Dopo la piazza del Duomo,  da osservare quella detta dei Cavalieri, sia per la statua pedestre di Cosimo I, sia per la fontana che vi sorge in faccia e per la chiesa e pel palazzo dei cavalieri di S. Stefano.
Fissata Pisa qual residenza di detto ordine, ne fu la magnifica chiesa recentemente abbellita e restaurata.
Oltre la Cattedrale, Pisa contiene venti chiese (parecchie delle quali appartengono a diversi conventi) un bellissimo spedale, un ospizio pei trovatelli, una Dogana e un elegante teatro.
La loggia dei Banchi  pure un altro monumentale edifizio inalzato dal Buontalenti.
La sua celebre Universit  una delle pi antiche d'Italia, rimontando fino al 1339; e quantunque decadesse alla conquista dei fiorentini, si riebbe per a novella vita nel 1542, per opera principalmente di Cosimo I, il quale la trasfer nell'ampio palagio detto La Sapienza, che alcuni designano quale antico tempio di Vesta.
L'universit di Pisa possiede attualmente una biblioteca di oltre
34.000 volumi; un orto botanico, un gabinetto di storia naturale, un teatro di fisica sperimentale, un laboratorio chimico ed un osservatorio, eretto nel 1734 dall'ultimo granduca Mediceo Gian Gastone.
Del grandioso Arsenale che nel 1200 i pisani costruirono capace di 70 galee, con numerosi magazzini annessi e difeso all'intorno da solida muraglia, pi non restano in piedi che le due torri, una al porto a mare e l'altra non molto discosto che dicesi di S. Agnese.
La vicinanza di Livorno ha in gran parte distrutto il commercio e l'industria dell'operosissima Pisa: e questa Citt che una volta conteneva nel suo limitato perimetro 150 mila e forse 200.000 abitanti, oggi ne annovera appena venti o ventidue mila!
Questo ravvicinamento di cifra  per s abbastanza chiaro e parlante, per non aver bisogno di aggiunte e di prolisse discussioni.
Fra le passeggiate di Pisa, sono deliziose quelle delle Cascine presso Porta nuova e l'altra che conduce agli Acquedotti.
A poca distanza dalla Citt, poco lungi dal Monte Pisano, sono i celebri bagni d'Acque Minerali detti di S. Giuliano.
Fra i Caff di Pisa,  oltremodo rinomato quello dell'Ussero, domicilio e quartier generale di tutta la scolaresca(169).
L'aspetto esterno della citt  abbastanza ridente e grazioso; salvo i mesi delle vacanze universitarie, epoca nella quale mancando il corpo degli studenti, elemento potentissimo di vita e di buon umore, la nostra Pisa assume la fisonoma di una vasta Certosa, in cui venga di tratto in tratto infranta l'osservanza del silenzio e della vita contemplativa.
I Pisani, in generale, sono un popolo operoso e tranquillo e partecipano di quella antichissima cortesia, di cui godono nel concetto dei forestieri, tutte le genti della Toscana.
Sopra una linea appena di sessanta miglia s'incontrano tre paesi importantissimi (Firenze, Pisa e Livorno) nei quali la stessa lingua si parla con tre cadenze diverse e tutte differentissime l'una dall'altra.
Il fiorentino aspira il C, in un modo cos smaccato, da far venire la languidezza di stomaco; il pisano ha l'abitudine di sostituire l'R all'L, variazione che non giova gran cosa alla proverbiale dolcezza della lingua italiana; il livornese, al contrario, preferisce di ammollire la durezza dell'R cambiandola in L, convinto forse di aggiungere una nuova grazietta ai propri discorsi.
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Capitolo 21.
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Stazione di Livorno.
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L'origine di Livorno somiglia suppergi a quella di Roma, meno certi insignificanti accessori, come l'imprudenza di Rea, il baliatico della Lupa, l'aquila di Romolo, ed altre simili storielle inventate dagli storici antichi per uso dell'orgoglio romano, e propagate poi dal Goldsmith, forse per allettare i ragazzi a leggere fino in fondo il suo piccolo, ma noioso Compendio(170).
Livorno, nel suo primo nascere, non fu altra cosa che un comunello di baracche peschereccie, piantate sul lido del mare e facenti funzione di domicilio provvisorio ad una colonia d'uomini d'ogni risma e d'ogni colore, scevri da qualunque pregiudizio sulla Propriet, con nozioni non troppo esatte sulla forza dei pronomi mio e tuo, e caldissimi fautori del socialismo, applicato nel significato meno sociale della parola(171).
Oggi Livorno , per la sua floridezza, la prima citt della Toscana; e per la sua posizione topografica e per le sue estesissime relazioni commerciali, figura come uno dei principalissimi porti del Mediterraneo.
Parlando di Livorno, citt, bisogna farne due parti e classificarle con due nomi diversi, cio: Livorno vecchio e Livorno nuovo.
Come accade di alcune piante, che, fornite di grandissima vitalit nel gambo, s'alzano da un momento all'altro da terra e spiegano all'intorno rigogliosamente e tralci robustissimi, e frondi folte e nutrite, e copia esuberante di fiori e di frutta, talch la metamorfosi operata in s poche ore rassomiglia a un mezzo miracolo e lascia attonito il buon villano, cos Livorno nel volgere appena di un decennio, ha per siffatto modo aumentato d'area, di fabbricati e di popolazione, che la nuova citt oggimai si pu dire che abbia quasi ingoiato e digerito la vecchia.
L'aspetto esterno di questa citt e dei suoi abitanti ti d subito l'immagine di un paese, nelle cui grandi arterie scorre abbondantemente il
sangue monetato(172). Il commercio e l'industria, queste due potenze proteiformi all'infinito, vi tengono occupate le braccia e ne cacciano l'ozio
ed in questa incessante attivit, consiste precipuamente la vita e la floridezza dei grandi porti di mare.
L'ozioso, il fannullone, il vagabondo che girano per ammazzare il tempo (delitto premeditato vituperevolissimo, quantunque non compreso nel Codice Penale) quando arrivano a Livorno, sono tanti pesci fuori d'acqua... sono tanti invalidi in una sala da ballo. Nessuno bada a loro, nessuno li accompagna, nessuno ha tempo da perdere con essi. Difatti, quando il fiorentino si risolve a prendersi tre o quattro giorni di svago, e scappa a Livorno, qual disinganno lo attende! Il primo giorno in cui arriva, lo passa discretamente: corre subito a vedere il mare, e se si sente capace di uno scatto temerario, entra in una barchetta (premunito di sugheri, per qualunque caso imprevisto) quindi, dopo aver fatto un quarto di miglio fuori della Darsena, baldanzoso riprende terra, raccontando a tutti che il mare non gli fa nulla: poi visita il Cisternone: e, trovate le due dopo mezzogiorno, si fa condurre da un fiacre ai Cavalleggeri, per mangiarvi i celebri maccheroni. Dopo pranzo ritorna in citt, per quindi uscir nuovamente e recarsi alla passeggiata dell'Ardenza(173). La sera poi, stanco dallo strapazzo insolito e dalle emozioni provate in mare, e forse con qualche rimorso di aver gustato i maccheroni con una velocit non conciliabile colle funzioni digestive del suo stomaco, ritorna a casa verso le dieci di notte, e sbadigliando di stanchezza e di noia, entra nel letto masticando fra s: ho passato una bella giornata! Ma il domani? ecco il momento serio per il touriste fiorentino, che ha stabilito di passare tre giorni a Livorno(174). L'emozioni della passeggiata in mare le ha gi provate: il Mediterraneo, per lui, oramai  diventato una cosa comune, come l'Arno: il Cisternone lo conosce, l'Ardenza l'ha gi visitata, i maccheroni dei Cavalleggeri lo hanno completamente disilluso sulla loro proverbiale leggerezza... Cosa gli resta a fare? In preda ad una cupa rassegnazione, il fiorentino si mette sui marciapiedi di Via Grande, e movendosi con un passo di tartaruga, si ferma estatico dinanzi a tutte le botteghe e a tutte le vetrine, esprimendo la sua meraviglia e la sua interna soddisfazione per tanti bei prodotti dell'industria, con uno sbadiglio di una durata indecente.
Annoiato finalmente di questa rassegna, entra affamato nella prima
trattoria che gli capita dinanzi, per fare (come esso dice nel suo gergo) una scorpacciata di pesce, ed apprende con grandissima sorpresa mista a rammarico dal conto del cameriere, che il pesce, nei porti di mare,  un articolo di lusso, e che per mangiare a Livorno una sogliola tutti i giorni, bisogna aver per lo meno, una rendita imponibile di ottomila lire fiorentine all'anno. Questo calcolo lo indispone; e non trovando in s tanta forza da tornar nuovamente a visitare le vetrine dei magazzini di Via Grande, corre alla stazione della strada ferrata, e coll'ultimo treno della sera rientra in Firenze, dove racconta a tutti che ha passato a Livorno due giornate veramente deliziose. Oh! la bugia  nata coll'uomo!
Nella stagione estiva, la citt di Livorno  il Baden Baden dei Fiorentini. L'aristocrazia in basse acque, la borghesia minuta e la burocrazia impotente, sono le tre colonie che vanno nei mesi di Luglio e Agosto a popolare clamorosamente gli eleganti e comodi Casini dell'Ardenza(175). In codesto tempo, la strada ferrata Leopolda  un flusso continuo di gente che va e che viene: e particolarmente nei giorni di domenica, in cui i cos detti treni di piacere (con biglietto economico per andata e ritorno) riversano in Livorno diverse migliaia di fiorentini, la maggior parte mariti facili e rassegnati, che profittano del giorno festivo, per andare a visitare le loro met, e vedere i vantaggi che esse hanno risentito dai bagni di mare... e dalle passeggiate notturne sul lido, al chiarore di luna!
L'arrivo di uno di questi treni diretti alla Stazione di Livorno, e il primo ingresso dei passeggieri nella citt sono sempre uno spettacolo curioso e meritevole di osservazione. Il Fiorentino che oramai in due ore di corsa ha digerito la bibita che aveva sorbito avanti la partenza, per mera precauzione, si precipita affamato nei Caff, e urla e schiamazza e chiede pane, con tale insistenza e con voci cos strazianti, che i poveri garzoni di bottega, non assuefatti a tanto lusso di ginnastica, corrono di qua, corrono di l, si urtano fra loro, e finiscono col fare la testa grossa e col non capire pi nulla. Allora si rinnuovano le scene della torre di Babele, allorquando i muratori domandavano calcina e i manovali portavano mattoni. Uno che ha ordinato il caff e latte, vede posarsi dinanzi un'acqua di ribes, quegli che ha chiesto la cioccolata  costretto a prendere, per equivoco, una limonata, a chi vuole il semel tocca il chifel, e a chi grida pane, gli si porta una pasta(176).
Finalmente le bramose canne (direbbe il Ghibellino) si saziano, l'anarchia e il tumulto cominciano a sedarsi, e i Caff di Livorno ripigliano gradatamente la loro calma abituale(177).
La citt di Livorno conta sei teatri, fra grandi e piccoli, cio:
Teatro degli Avvalorati (il quale domanda imperiosamente di essere ripulito e rimesso a nuovo).
Teatro dei Floridi.  un bel vaso di teatro, con pareti dipinte e istoriate dall'Ademollo(178). Si apre nella stagione estiva, con artisti di cartello, e con grande spettacolo di musica.
Teatro Rossini. E una sala elegante che si accomoda tanto alla prosa che alla musica.
Teatro Leopoldo. Teatro grazioso, rimodernato e abbellito recentemente, con soffitta di cristalli. Pu servire ancora da teatro diurno.
Teatro del Giardinetto.  una piccola sala destinata particolarmente alle rappresentanze della Societ dei filodrammatici livornesi.
Teatro Pellettier. E la palestra delle marionette e dei burattini.
Oltre questi sei teatri, Livorno possiede due Arene:
Arena Labronica e
Arena degli Acquedotti.
Il Livornese in generale  pi dedito alla prosa che alla musica.
Fra le passeggiate pubbliche  meritamente celebre quella dell'Ardenza fuori della citt, deliziosa passeggiata posta sulla riva del mare, e abbellita da un numero considerevole di comodi ed eleganti casini.
Domanda a mezzo Livorno (mi diceva un livornese mio amico) dove restano gli Scali del Monte Pio, e forse appena troverai chi te li sappia indicare: cost  la pubblica Biblioteca. Essa ebbe vita dalla defunta Accademia Labronica (a cui Guerrazzi cant l'esequie) e si accrebbe ben presto coi doni volontari d'ogni classe di cittadini, e tra gli altri, per quello del Cavalier Gaetano Palloni medico, che morendo, leg alla nascente biblioteca un copiosissimo numero di opere di medicina. Nel 1840 gli Accademici, a proprie spese, aprirono la Biblioteca al pubblico e nel 1853 ne fecero dono al Municipio, il quale d'allora in poi assunse l'obbligo di mantenerla e di assegnarle una dote annua (quando le circostanze lo permetteranno). La Biblioteca Labronica conta all'incirca
15.000 volumi.
L'insegnamento pubblico  costituto da un Liceo, dalle Scuole
primarie, e dalle Scuole secondarie. Ora i Livornesi attendono con ansiet un Istituto nel quale s'insegni la Chimica e la Fisica applicata alle Arti, la Meccanica, la Nautica, e la costruzione navale.
I cittadini hanno tre locali per le loro riunioni:
Il Casino di S. Marco.
Il Casino di Commercio, e
Le Stanze Civiche.
Livorno, come tutte le grandi e importanti citt, conta un buon numero di Locande di prim'ordine, molte Trattorie decenti e ben servite e moltissimi Caff, fra i quali, alcuni di una vastit non comune, come la Minerva, l'Americano e il Caff della Posta.
La Via Grande pu ritenersi come il cuore di Livorno, tanta  la vita e il movimento, che dalla mattina alla sera, tengono animata questa popolatissima strada. I pi ricchi e sontuosi magazzini d'ogni genere e d'ogni variet industriale vi fanno bellissima mostra.
I quartieri nuovi della citt, detti comunemente il Nuovo Livorno, sono particolarmente notevoli per la larghezza e regolarit delle strade e per la decenza dei fabbricati. Questi fabbricati per, a vero dire, non hanno nulla che rammenti l'architettura n dei Palladio, n dei Vignola, n dei Sansovini.
Gli architetti moderni fanno male, ma fanno del proprio. Questo elogio se lo meritano: e lo storico bisogna che sia imparziale!
In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ci si capisce facilmente: imperocch nelle citt consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!
Cosa manca a Livorno (disse un giovine medico livornese)  per l'appunto una Societ Medica, che si occupi di cose igieniche e sanitarie. Guardate Genova!
Dite piuttosto (riprese un Negoziante di Via Grande) che quello che manca a Livorno  l'arte di sapere annaffiare e ripulire le strade. Ma voi non potete figurarvi quanto sieno importuni e molesti in tutte le ore del giorno quelli eterni disturbatori della pubblica polvere, che si gratificano dello specioso titolo comunitativo di Spazzini! Guai a chi ha dei magazzini, o dei quartieri a pian terreno.
Codesto  un inconveniente al quale non si pu riparare, soggiunse gravemente un gonfaloniere, in disponibilit.
E chi ve lo dice?, riprese l'altro, e non si potrebbe forse fare in modo, che le strade venissero spazzate nella notte, oppure nelle prime ore della mattina?
Un po' di polvere pi, o un po' di polvere meno, osserv un impresario, conta poco: quello che fa torto a Livorno si  la dote meschinissima del Teatro dei Fiondi, nella grande stagione delle bagnature. Che mi burlate! Con 15.000 lire di sovvenzione, quei signori Accademici hanno delle pretese esorbitanti. Come volete voi che si salvi un povero impresario?
Consolatevi: c' il mare vicino, disse il giornalista sorridendo.
Se Livorno volesse fare una bella cosa, continu un altro, dovrebbe dar retta a me (son tant'anni che lo predico!) e riunire la libreria di S. Sebastiano e quella Michoniana alla Pubblica Biblioteca Labronica!
Bravo!, grid con enfasi un cameriere di locanda.
La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti, e molti capelli.
Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua, seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!


Guida civile e commerciale delle citt di Firenze, Pisa e Livorno .

FIRENZE.
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Indicazioni di Amministrazioni Pubbliche e Private.
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I. e R. Accademia delle Belle Arti. Palazzo dell'Accadeinia, in fondo di via del Cocomero.
Accademia dei Georgofili, nel Palazzo dell'Accademia di Belle Arti.
Gabinetto Fisico, in via Romana n. 1302; da San Felice in piazza.
Galleria, sotto gli Uffizi lunghi.
Galleria, nel Palazzo Pitti.
Accademia della Crusca, in via Larga nel Palazzo Riccardi.
Dogana, in via Larga con ingresso in via San Gallo.
Archivio Generale di Stato, negli Uffizi lunghi, composto di n. 61 stanze contenenti 141.115 volumi.
Archivio dei Contratti, in Calimala.
Uffizio dei Sindaci e Corte dei Conti, in Terma.
Uffizio del Debito Pubblico, in Terma.
L. e R. Amministrazione del Registro e Aziende Riunite, in piazza del
Granduca.
Uffizio del Telegrafo, in Palazzo Vecchio nell'antico locale della Dogana.
Amministrazione delle Poste e dispensa delle corrispondenze, in piazza del
Granduca.
Amministrazione del Bollo, in piazza del Granduca.
Uffizio del Reclutamento Militare, in Terma.
Istituto Tecnico, in via San Gallo.
Amministrazione dei Lotti di Toscana, piazza San Pancrazio.
Amministrazione Militare, in piazza dei Castellani detta dei Giudici.
Uffizio delle Decime Granducali, sotto gli Uffizi corti.
Uffizio dell'Arcispedale di Santa Maria Nuova, in via dei Cresci.
Ateneo Italiano, in via Larga nel Palazzo Riccardi.
Azienda Generale del Tabacco, in via dell'Acqua.
Azienda Generale del Sale, in piazza Santa Caterina in fondo di via delle
Ruote.
Azienda dei Presti, sotto gli Uffizi corti.
Uffizio del Bigallo, in piazza San Giovanni.
Uffizio del Censimento, nel Palazzo Riccardi.
Liceo Fiorentino, in piazza Santa Croce.
Liceo Militare, in Borgo Pinti.
Collegio Militare per i figli di militari, in fondo di via delle Torricelle presso la
Zecca vecchia.
Collegio Medico, in via dei Cresci.
Comando Militare, piazza dei Castellani detta dei Giudici.
Commissariato di Guerra, idem.
Comando della Piazza, in via della Ninna.
L. e R. Congregazione di San Giovan Battista, da Or San Michele.
Conservazione delle Ipoteche, in via degli Archibusieri.
Depositeria, in Palazzo Vecchio.
Magona del Ferro, in via Lambertesca.
Segreteria di Stato, in Palazzo Vecchio.
Segreteria di Finanze, in Palazzo Vecchio.
Segreteria degli Affari Esteri e Passaporti, in Palazzo Vecchio.
Segreteria di Guerra, in Palazzo Vecchio.
Scrittoio delle Fabbriche, nel Palazzo Riccardi in via Larga.
Uffizio delle Economie, in piazza San Giovanni.
Uffizio dello Spedale degli Innocenti, in piazza della SS. Annunziata.
Zecca, dagli Uffizi corti, presso le loggie dei Lanzi.
Azienda del Ghiaccio, in via Sant'Elisabetta.
Dipartimento delle Riformagioni, Avvocatura Regia e Deputazione della Nobilt
e Cittadinanza, sotto gli Uffizi corti.
Amministrazione delle Dogane e Aziende riunite, nella nuova Dogana in via
Larga.
Soprintendenza alle Comunit del Granducato nel Palazzo Nonfinito, in via de'
Balestrieri.
Camera di Commercio, sotto gli Uffizi corti presso la Zecca.
Banca di Sconto, in via Larga nel Palazzo Riccardi.
Cassa di Risparmio, in via Larga nel Palazzo Riccardi.
Biblioteca Magliabechiana, sotto gli Uffizi lunghi.
Biblioteca Marucelliana, in via Larga.
Biblioteca Riccardiana, in via Larga nel Palazzo Riccardi.
Biblioteca Laurenziana, in San Lorenzo.
Prefettura del Compartimento Fiorentino, in via dei Balestrieri nel Palazzo Nonfinito. Pia Casa di Lavoro, in via dei Malcontenti.
Delegazione di Governo del Quartiere San Giovanni, in Borgo degli Albizi. Delegazione di Governo del Quartiere Santa Croce, in via Santa Maria presso Sant'Ambrogio.
Delegazione di Governo del Quartiere Santa Maria Novella, in via Valfonda.
Delegazione di Governo del Quartiere Santo Spirito, in via Maggio.
Comunit Civica, in piazza Santa Trinit.
Corpo dei Pompieri, idem.
Peso Pubblico, in Mercato Vecchio.
Pia Compagnia della Misericordia, in piazza del Duomo.
Pio Istituto dei Nobili signori Buonomini di San Martino, piazza San Martino.
Regia Posta dei Cavalli, in Borgo San Lorenzo.
Regio Fisco, Palazzo di Giustizia detto degli Otto, da Badia via del Palagio.
Casa di Correzione, in via San Giuliano.
Palazzo e Curia Arcivescovile di Firenze, piazza dell'Olio.
Soprintendenza Generale delle II. e RR. Possessioni, in via Lambertesca.
Scrittoio delle R. Societ di S. Giovan Battista, in via degli Alfani.
Uffizio e Stanze del reverendissimo Capitolo della Metropolitana Fiorentina, in piazza della Canonica.
Uffizio dell'Opera del Duomo e S. Maria del Fiore, in piazza del Duomo.
Uffizio del Segno, in piazza San Biagio.
Uffizio di Garanzia, dietro gli Uffizi corti.
Uffizio dei Forestieri, nella Prefettura.
Corte Suprema di Cassazione, in Palazzo Vecchio.
Corte Regia civile e criminale, sotto gli Uffizi lunghi.
Tribunale di prima istanza civile e criminale, sotto gli Uffizi corti.
Uffizio dei Pretori, sotto gli Uffizi corti presso la Zecca.
Custode Depositario dei corpi di delitto, nel Palazzo Pretorio da Badia.
Denunzie dei Forestieri, in via della Giustizia dietro il Bargello.
Vescovado e Curia di Fiesole, in via dei Balestrieri accanto a Santa Maria in campo. Uffizio del Procuratore Regio Generale, sotto gli Uffizi lunghi.
Uffizio del Procuratore Regio, sotto gli Uffizi corti.
Archivio del Tribunale di Prima Istanza e dei soppressi Tribunali della citt di Firenze, sotto gli Uffizi lunghi.
Cassa Paterna di Sicurt di Trieste diretta da Carlo Pothier, in via dei Legnatoli n. 1017. Uffizio dell'ispettore Generale per la Toscana della Compagnia di Assicurazioni Generali in Venezia, piazza del Granduca; Ispettor Generale Giuseppe Servadio. Uffizio della Compagnia di Assicurazioni di Milano nel Palazzo Lanari al canto de' Pazzi. Carlo Balboni Ispettore Generale pel Granducato di Toscana.
I. e R. Istituto Ortopedico, in via del Cocomero.
Societ promotrice delle Belle Arti, e residenza del Comitato della Soscrizione Artistica Toscana, in via del Rosaio dietro lo Spedale degli Innocenti.
Gabinetto Letterario e Scientifico di G. P. Vieusseux, in piazza S. Trinit.
Bazar Bonajuti, via dei Calzatoli.
I. e R. Casino e Stanze dei Nobili, piazza S. Trinit.
Casino e Stanze nel Palazzo Borghesi, via del Palagio con altro ingresso in via dei Pandolfini.
Stanze del Cocomero, via del Cocomero.
Stanze dei Risorti, in via Larga.

Negozianti e Spedizionieri.

Alinari e C., in piazza del Granduca n. 526.
Ambron Alessandro, in via del Cocomero n. 6150.
Batacchi e Cartoni, via S. Leopoldo, con magazzino sottoposto alla e R. Dogana. Berteau fratelli e C., in piazza del Granduca.
Borgheri Santi e Figlio e C. dall'Arco de' Pecori, presso la piazza del Duomo. Gattai e Mantellini con magazzino sottoposto alla e R. Dogana, in via S. Leopoldo. Ramacci Luigi Spedizioniere e Commissionario, sulla piazza dei Giuochi detta di S. Margherita.
Wagniere Pietro, con magazzino di manifatture sottoposto all'I. e R. Dogana, in faccia alle Loggie di Mercato Nuovo n. 549.

Banchieri.

Ambron Sabato ed Isach., Banco in via dei Banchi n. 4657.
Borri Francesco e C., Banco in via Calzaioli.
Barbetti Giuliano e C., Banco in via detta il canto alle Farine presso la piazza del Granduca.
Du Fresne fratelli. Banco nel Convento di Badia in via Ricciarda n. 618.
Della Ripa Laudadio, Banco in via S. Egidio n. 6638.
Fenzi Emanuele e C., piazza del Granduca n. 519.
Finzi Leone di Giovacchino, nel Bazar Bonajuti via del Corso.
J. Tough, Banco in piazza del Granduca n. 519.
Heinzmann Cristiano e C., Banco in piazza del Granduca n. 518.
Mondolfi e Fermi, Banco in piazza del Granduca n. 518.
Mejan Gustavo, in faccia alle Loggie di Mercato Nuovo n. 549.
Pothier Carlo e C., via dei Legnaioli n. 1017.
Schmitz e Capezzuoli, via del Proconsolo.

Negozianti di Panni di Lana.

Banchelli Paolo, in via de' Tavolini.
Beni Giovanni, in via Calzaioli.
Bechi Francesco e C., in Baccano.
Banchelli Angiolo e Figlio, in via dei Tavolini.
Corsi Vincenzo, in via dei Contenti e in Baccano.
Corsi Lorenzo, da Or San Michele in faccia ai Quattro Santi.
Dina fratelli, presso le Loggie di Mercato Nuovo.
Faucci Pasquale, in Baccano.
Fano Isacco e Mois, presso le Loggie di Mercato Nuovo e in Baccano.
Gualterotti successore Barbieri, in via Calzaioli.
Lastricati Benedetto, in Baccano.
Panerai, Borgo S. Lorenzo.
Paradisi successori di Sebastiano, in Vacchereccia.
Paoletti Francesco, in via dei Tavolini.

Negozianti di Generi coloniali Drogherie
e fabbriche di cioccolata.

Bastiani Alessandro, presso la piazza del Grano, e fabbrica di Amido.
Bertelli Michelangiolo, da S. Pancrazio.
Bargilli Antonio, in via dei Cerretani.
Baroncelli, via dei Tornabuoni.
Bertelli fratelli, via dei Contenti.
Badossi Filippo, via del Diluvio.
Bertelli Ignazio, dalla piazza delle Cipolle.
Buggiani Carlo, in via dei Succhiellinai.
Bizzarri Pietro, in via dei Servi.
Bensi Giovanni, in Borgognissanti.
Carobbi Giuseppe, nel Corso presso la Croce Rossa.
Castiglioni, al canto alla Paglia.
Contessini Francesco e C., in via Tornabuoni.
Gozzini, nel Corso accanto alla Cervia.
Gori Vincenzo, in Calimala.
Lastrucci Leopoldo, in Condotta.
Landini Andrea in via del Proconsolo, con vendita di vini esteri.
Magnelli Alessandro, via dei Guicciardini.
Peppini Antonio, in via Porta Rossa n. 1204. Gran magazzino presso la piazza S. Trinit ove egli vende a prezzi discretissimi degli eccellenti Vini, come ancora del The, Caff, Cioccolata, Zucchero, Rosoli, Confetture, Candele Steariche, Salse inglesi, Pikles ed ogni specie di Droghe.
Parenti Luigi, in via del Leone presso la piazza del Grano, e fabbricante di Confetture e Rosoli.
Paoli Raffaello, nel Corso.
Reali e C., in Mercato Vecchio.
Spiombi Filippo, in Mercato Vecchio.
Torricelli, in via dei Neri.

Chincaglieri.

Antica Casa Lambert Couture, Giulio Couture fabbricante di ricami a piacere ed altri generi, con magazzino di lana filata, canovacci, seterie e cordoncini; con vendita all'ingrosso e a dettaglio d'ogni genere per fare fiori artificiali. Il tutto a prezzi fissi, con deposito di generi di profumeria e vini forestieri, via dei Cerretani. Carpena Marco e fratelli, da Or San Michele in faccia ai Quattro Santi.
Folchi Giuseppe e C. e Terraglie Inglesi, via Mercato Nuovo.
Molteni, e Fortunato Garten, piazza del Granduca.
Moro Giacomo, con deposito di Libri e Stampe, in Mercato Nuovo.
Orefice Salomone e Fratelli Coen, in Ghetto Nuovo.
Peratoner G., in piazza del Granduca.
Peratoner Stefano, in via Lambertesca.
Prinoth G. Angiolo e Figli, in Mercato Nuovo.
Salle Amato, in Mercato Nuovo.
Salle Luciano, in via Calzatoli.
Salani Luigi, in via Calzatoli.
Torre Gio. Battista e Fig., da Or S. Michele in faccia ai Quattro Santi.
Tantini Girolamo, con deposito di Profumeria, in via Calzatoli.
Townley G. R. fratelli, magazzino universale, in piazza S. Gaetano.

Negozianti di Manifatture e generi di Moda.

Banchi Giacomo, in via Calzatoli.
Fiorentino Abramo Raffaello, in Mercato Nuovo.
Jassaud, in via dei Tornabuoni Loggie del Corsi.
Lastri Antonio, in via Calzatoli.
Lastri Girolamo, in via Calzatoli.
Levi J., canto al Diamante.
Pettini Odoardo, in via Calzatoli in faccia a Castelmur.
Quadri Natale, in Mercato Nuovo.
Valeriani Emilio, in faccia alle Loggie di Mercato Nuovo.

Modiste.

Amadei Fortunata, in via Larga.
Borbotti Giustina, in via Calzatoli.
Besanon e Gayllot, in via dei Legnaioli.
Jaussaud, sotto le Loggie del Corsi dagli Strozzi.
Lamarre, in via dei Banchi.
Lemmi Angiolina, in via Calzatoli.
Ploner Emilia, in via Calzaioli.
Reali Maddalena, in via del Fosso.

Negozianti di Gioie e Giojellieri.

Boccini, sul Ponte Vecchio.
Comelison Stefano, sul Ponte Vecchio.
Dell'Imperatore Tommaso, sul Ponte Vecchio.
Favi Antonio, sul Ponte Vecchio.
Marchesini Baldassarre e Romei Luigi, in Mercato Nuovo.
Tanagli, sul Ponte Vecchio.

Negozianti di Quadri, Stampe,
con depositi di Oggetti di Belle Arti, e Calcografie.

Bardi Giuseppe, in piazza S. Gaetano.
Bernardini Carlo, in Borgo S. Jacopo n. 1762 Freppa Giovanni, antiquario in via dei Rondinelli.
Paris, in Borgo Ognissanti.
Payer Giovanni, in via delle Pinzochere.
Sorbi Ferdinando antiquario, negoziante di mosaici di Firenze, perle, conchiglie, e mosaici di Roma, via de' Tornabuoni.
Vannini, nei Fondacci di S. Niccol.
Volpini Giuseppe, in Condotta.

Pittori.

Ademollo Carlo, nel Liceo di Candeli.
Boschi Luigi, in via dei Bardi.
Cianfanelli Prof. Niccola, nel Liceo di Candeli.
Fattori Giuseppe, nel Liceo di Candeli.
Forni Ulisse, via di Mezzo.

Scultori.

Costoli Prof. Aristodemo, nel Liceo di Candeli.
Dupr Giovanni, idem.
Fedi Pio, in via delle Fornaci accanto all'Arena.
Fantacchiotti, in via del Palagetto n. 54.
Santerelli, in via della Nunziatina.
Villa Ignazio, sul Prato.

Fabbricanti di Mosaici e Lavori a Scagliola.

Bianchini Gaetano, in piazza Madonna.
Boninsegni Fratelli, Lung'Arno 1188.
Picchiami Candido e F., in Porta Rossa.

Intagliatori.

Barbetti Angelo, in piazza S. Croce.
Mazzinghi, in via de' Ginori.

Depositi di Musica e Fabbriche di Pianoforti, Fisarmoniche
Organi, ecc. i quali strumenti si vendono e si danno a nolo.

Berlyans, in via de' Neri.
Brizzi e Niccolai, in via dei Cerretani.
Ducci, in piazza S. Gaetano.
Lorenzi, in via dei Legnaioli.
Mauche e C., in via dei Legnaioli.
Ricordi e Jouaud, in piazza del Duomo.
Sodi, in via Buia.

Societ Filarmonica.
Nel Palazzo delle Antiche Stinche, in via del Palagio.

Fabbricanti di Drappi di Seta.

Benini Verit e C., via delle Terme.
Bombicci Zanobi e C., via Porta Rossa.
Burgagni e Borgognini, in Vacchereccia.
Catanzaro Mariano, in Mercato Nuovo.
Fossi e Bruscoli, in Mercato Nuovo.
Frullini Francesco, in Vacchereccia.
Lombardi Giovanni, piazza Maria Antonia.
Marroncini fratelli, in Vacchereccia.
Matteoni Filippo, dalle Loggie di Mercato Nuovo.
Pieri Agostino, via Porta Rossa.
Sugheri Pier Giovanni e C., in via Porta Rossa.

Tipografie.

Alessandri, in piazza S. Firenze.
Barbra, Bianchi e C., in via Faenza.
Bencini, in via dei Pandolfini.
Chiari, in Condotta.
Granducale, in Condotta.
Galletti, in via del Palagio.
Galilejana, in via San Giuliano.
Le Monnier, nel convento di S. Barnaba.
Mariani, in via dei Cimatori n. 592 p. p.
Mazzoni (Arcivescovile), in via Ricciarda.
Piatti, in piazza S. Biagio.
Societ Tipografica, sulle Loggie del Grano.

Fotografie.

Alinari, fratelli, in piazza S. Gaetano.
Bensa, in via delle Caldaie.
Semplicini, in via dei Tavolini.

Negozianti di carta e cartolari.

Chiari Ferdinando e fratelli, in Condotta.
Deposito di Carta della ragione di Giorgio Magnani e figlio, in Condotta. Formigli Giovanni, in Condotta.
Morandi Gaudenzio, in Condotta.
Montelatici Giovanni, via dei Librai.
Peratoner, in piazza del Granduca.
Spiombi, in via dei Librai.
Societ Cartaria, via dei Giraldi.
Volpini Giuseppe, in Condotta.

Negozianti di Libri.

Agostini, in piazza del Duomo.
Bettini Cesare, in piazza S. Gaetano.
Cammelli Filippo, in piazza del Granduca.
Casini Luigi, in via dei Martelli.
Ducei Giuseppe, lungo l'Arno.
Ducei Pietro, in via dei Balestrieri.
Faini Lorenzo, in Mercato Nuovo.
Fraticelli Pietro, in Borgo Pinti.
Formigli Giovanni, in Condotta.
Garinei Angiolo, in Mercato Nuovo.
Molini Luigi, in via degli Archibusieri.
Nuti Francesco, in via dell'Anguillara.
Paggi Felice, in via dei Balestrieri.
Piatti (successori), in Vacchereccia.
Ricordi Giovanni e Stefano Jouhaud, in piazza del Duomo. Steininger Giorgio, in via San Sebastiano.

Medici.

Barellai, in faccia a S. Giovannino in via dei Martelli. Filippi, in Calimaruzza.
Mazzoni, in via dell'Oriolo.
Paganucci, in via degli Alfani.
Zannetti, in via dei Conti.

Farmacie e Laboratori chimici.

Agresti, in piazza de' Tavolini.
Del Giglio, in via Calzaioli.
Dei Frati di S. Maria Novella, in via della Scala.
Della Pecora, in Mercato Nuovo.
Forini, in via Calzaioli.
Maleci, in piazza SS. Apostoli.
Niccolini, dalle Loggie del Grano.
Pieri, in Condotta.
Puliti, sulla piazza di S. Felice.
Romolini, al Canto alle Macine.

Bagni.

Delle Antiche Terme, in Borgo Santi Apostoli.
Della Carconia, in via dei Cimatori.
Di Via Maggio, in via Maggio.
Dello Scudo di Francia, in via dei Leoni n. 2.

Locande.

Hotel d!Italie. Questa Locanda condotta dal Sig. R. Baldi  senza dubbio la pi rinomata di Firenze, tanto per amenit di situazione, e pel comfortable dei suoi appartamenti, quanto per la dimora che vi hanno fatto altissimi Personaggi. Dopo la costruzione del nuovo Lung'Arno i pregi di quest'Albergo sono ancora aumentati. Esso aveva finora un solo ingresso sulla via Borgognissanti, una delle pi frequentate contrade di Firenze, come quella che serve di comunicazione fra la citt e la passeggiata aristocratica delle Cascine: ora la Locanda Baldi ha acquistato una nuova e pi ricca facciata ed un secondo ingresso nel nuovo Lung'Arno. Questa facciata, ornata di marmi e dotata di due grandiose terrazze,  una delle pi eleganti che albergo di Firenze possegga. Nell'interno questo stabilimento  fornito di tutti i comodi desiderabili ed il servizio vi  organizzato in modo inappuntabile.
Hotel d'York tenu par M.e Augier. Situato fra la piazza del Duomo e S. Maria Maggiore, quest'Albergo  incontrastabilmente uno dei pi centrali e dei pi comodi di Firenze. A pochi passi dalla Cattedrale, dai Teatri e dalle passeggiate, questa locanda (che ha pure il pregio di essere una delle pi antiche della citt) pu chiamarsi il quartier generale delle escursioni da farsi dal forestiero in Firenze. Gli abbellimenti che la proprietaria vi ha fatti di recente ne hanno reso l'aspetto anche pi elegante e moderno. Aggiungete a questo molta decenza nel servizio, la comodit degli appartamenti ed una cucina delle pi accreditate, e vi convincerete che la riputazione di cui gode da lunghi anni non  menomamente usurpata. Essa  dotata inoltre di una Tavola rotonda (Table d'Hte) a 5 paoli a testa frequentata da sceltissima societ ed in generale da tutti coloro che amano di riunire il buon prezzo alla bont degli alimenti.
Hotel de la Victoire condotta da G. Pagnini. Chi  che non conosca il nome di Pagnini?, Chiunque ha visitato anche per una sola volta i Bagni di Lucca, questo Baden Baden della Toscana, non pu ignorare il nome del proprietario delle eleganti Locande, che formano uno dei pi comodi e splendidi ornamenti di quel luogo di delizie. Ora il Pagnini ha voluto estendere le sue operazioni in Firenze, e lo ha fatto in modo veramente degno della propria riputazione. Esso ha fondato un sontuoso Albergo, profittando del vasto Palazzo Martellini, elegante fabbricato che possiede tre facciate, una sulla via Borgognissanti, ove  l'ingresso, la seconda sulla piazza di quel nome, e la terza sul nuovo Lung'Arno. Se dobbiamo giudicarne
dalla situazione e dal nome del proprietario, crediamo di non andare errati predicendo a questa Locanda il pi brillante avvenire.
Locanda d'Europa, in piazza S. Trinit.
Di Porta Rossa, in via Porta Rossa.
Di S. Marco, in via de' Saponai.
Della Pensione Svizzera, in via dei Legnaioli.
Della Villa di Londra, in via della Vigna Nuova.
Del Giglio, in via Calzaioli.
La Patria, idem.
Della Speranza, in via del Corno.
Della Fontana, in via dei Castellani.
Della Gran Brettagna, in Lung'Arno in due stabili.
Del Nord, in piazza S. Trinit.
Del Leon Bianco, nella Vigna Nuova.
Dello Scudo di Francia, in piazza S. Firenze.
Hotel de la New Yorck, al Ponte alla Carraia.
Hotel de la Ville, in piazza d'Ognissanti.
Della Luna, in Condotta.
Dell'Arno, in Lung'Arno presso il Ponte Vecchio.
Dei Tre Mori, in via dei Leoni.

Trattorie e Ristoratori.

Brunetti, in via del Braccio.
Biagiotti, in via dei Tavolini.
Ciancili, in Porta Rossa.
Dell'Aquila d'oro, in Borgo S. Apostoli.
Dell'Aurora, da Or San Michele.
Della Fortuna, in via dei Cimatori.
Dei Negozianti, dalle Loggie di Mercato Nuovo.
Della Stella, in via Calzaioli.
Del Basso mondo, in via dei Cerchi.
Papini, in Baccano.

Negozianti di Profumeria.

Baccini, in piazza S. Trinit.
Delatre, in piazza S. Gaetano.
Franzi Luigi, in via Calzaioli.

Negozianti di Vini Esteri, Rosoli, Confetture e Pasticceria.

Castelmur Perini e C., in via Calzaioli.
Doney Gaspero, in via de' Legnaioli.
Gigli Luigi, in via Calzaioli.
Lensi, in Pellicceria.
Mercadanti, in via dei Guicciardini.
Mercadanti, nel Mercatino di S. Piero.
Melini Francesco, in via Calzaioli e in Lung'Arno.
Moulinier Bernardo e C., in via del Melarancio.
Piccini (Eredi), in Baccano.
Pult e C., in via del Diluvio.
Andreini Gaet., in faccia alle Loggie di Mere. Nuovo.
Wital Fratelli, in Mercato Nuovo

Fabbriche di Birra.

In via de' Benci presso la piazza di S. Croce.
In via delle Pappe.
In via Maggio di Enrico Mayer.
In via Porta Rossa di Giacomo Stupani.

Diligenze.

Per Arezzo, via della Ninna.
Per Forl, idem.
Per Roma, Bologna, ecc., in Borgo Sant'Apostoli.

Proprietari di vetture da viaggio, carrozze per citt
e cavalli da sella

Bacci, maestro dell'I e R. Posta dei cavalli. Borgo San Lorenzo.
Baccioni, nel Corso de' Tintori, stabile Zucchetti.
James, in via dei Banchi.
Marcowic, via dei Fossi.
Siili Gaetano, in via Sant'Egidio.

PISA.

Pittori sul cristallo.

Botti, via carraia.
Gordini Tito, via S. Appollonia n. 1110.

Antiquari.

Giannetti Agostino negoziante di quadri e oggetti antichi, via S. Martino n. 604 1 piano.
Subino Mois negoziante e raccoglitore di oggetti di Belle Arti, numismatica, Archeologia ecc., Sotto Borgo.

Negozianti di Porcellane e Terraglie.

Lecci Giuseppe, Lung'Arno n. 674.
Renzoni e Palme (due fabbriche separate), fuori la Porta alle Piaggie.

Negozianti di Manifatture.

Deveroli Adamo, Borgo Pisa.
Pironi e Wacchi, Sotto Borgo di faccia a via dei Mercanti.

Fabbricanti di Tele.

Padreddii Francesco fabbricante, con macchine a Vapore, via S. Giovannino.
Dumas Giovanni fabbricanti di Bordatini, via S. Martino n. 640.
Pietro Paoletti e C. fabbricanti di tessuti diversi, via della Rosa.
R. V. Bolaffi e Deveroli fabbricanti di Bordatini e altri generi, via S. Marta.
Casamini e Modigliani fabbricanti di bordatini e altri generi, via Calcesana.
Nissini Giacomo fabbricante di bordati e altri generi, via S. Marta.

Fabbricanti di Mobilia.

Bellani Ranieri, con magazzini e Deposito di Mobilia imbottita di tutti i generi, Borgo Largo.
Cartoni Carlo con magazzino di Mobilia imbottita, via del Carmine n. 420.
Ghelli Domenico fabbricante di Mobilia e laboratorio di intagli in Legno (premiato all'Esposizione di Toscana).
Sighieri, fabbricante di mobilia, presso la chiesa di S. Cristina.
Turini Emilio, Fabbricante di Mobilia, presso la Barriera Fiorentina.

Chincaglieri.

Carcos Matteo, Sotto Borgo.
Benvenuti Timoteo tiene anche un negozio di Generi di Moda, Sotto Borgo.
B. Boraboy, idem.
Zannini e De Cesari, idem.

Fabbricanti di Cappelli.

Bianchi Agostino negoziante di Cappelli di Pelo e di Felpa di Francia, Lung'Arno presso la piazza della Berlina.
Nuti Angelo negoziante di Cappelli di Paglia e altri generi, Sotto Borgo sul Canto di via dei Mercanti.

Fabbricanti di Pellami.

Fratelli Carvaglio, Borgo Largo.
Fratelli Della Croce, Sotto Borgo.

Ottici e fabbricanti di strumenti chimici e ortopedici.

Bartoli Giuseppe ottico e costruttore di apparecchi fisici e chimici, Lung'Arno n. 699.
Canali Amerigo meccanico addetto all'Universit, e fabbricante di strumenti Ortopedici (decorato della medaglia all'Esposizione di Parigi).
Mori, Deposito di Istrumenti ortopedico chirurgici, presso la Barriera Fiorentina.

Farmacisti.

Bottari Luigi, Sotto Borgo.
Bagnani Giuseppe, via S. Frediano.
Caluri Olivo farmacista francese e inglese, Sotto Borgo.
Lenzi Pasquale, idem.
Ceccatelli Clarice, idem.
Lecci Giuseppe, Lung'Arno.

Dentisti.

Andrei Sebastiano dentista, ernista e fabbricanti di cinti, via dei Rigattieri.

Bagni.

Battaglini Vincenzo proprietario dei bagni, negoziante di Lane e lavatore delle med., piazza S. Silvestro.

Caff.

Caff de' Banchi di Egidio Bocci.
Caff dell'Ussero di I. Feroci, Lung'Arno.
Caff dell'Amicizia di Matteucci Albergo, Lung'Arno.
Caff d'Ebe del Burchi.
Caff e fabbrica di confetture e rosoli, del Ciardelli, Lung'Arno.
Caff di Pellicci Santi, Borgo Largo.
Caff di Guido Andreotti, Lung'Arno.

Locande.

Albergo l'Europa di propriet di Pietro Fognani, Lung'Arno piazza del Ponte.
Albergo della Vittoria di propriet di Pasquale Piegaia, Lung'Arno.
Locanda delle Tre Donzelle di propriet di Ferdinando Peverada. Il medesimo tiene anche banca per l'Estero, a Pisa, e Bagni di Lucca, Lung'Arno.
Albergo Reale la Gran Brettagna, Lung'Arno.
Grand'Albergo l'Italia o l'antico Ussero, via dei Tre Banchi.

Negozianti di Droghe.

Fratelli Martini Wedard negozio di Droghe medicinali e Tintoriali, cristalli da finestre ecc., via Borgo Largo e piazza di S. Martino.

Fabbricanti di Birra e acque Gazose.

Badrutt Cristiano e C., via S. Cecilia.
Tempesti Giovanni, sul canto di via l'arancio.

Fabbricanti di Paste ecc.

Paoletti Ferdinando tiene tre negozi, in Firenze via del Palagio, in Livorno piazza dell'Erbe e Pisa Sotto Borgo tutte all'insegna di S. Faustino.
Fratelli Lazzi fabbrica delle scole, pan di ramerini, semeli e chifeli, Lung'Arno.

Fabbricanti di Acidi.

Deakin vedova Giuseppa, fabbricante di cloruro di Calce e Acido solforico, via Nuova.

Professori di Musica.

Bini David, Maestro e Direttore al Liceo Musicale, istituito in Pisa, via delle Belle Torri dalla Societ Filarmonica degli Alfei.
Santini Paolo prof, di Flauto in sua casa, presso la piazza del Ponte, ove tiene un Deposito di strumenti Musicali.

Negozianti di Musica e di Piano Forti.

Federighi Giuseppe, Sotto Borgo n. 90.
Zannetti Carlo, via della Faggiola.

Meccanici.

Donati Paolo fabbricante di macchine per tessere e fabbrica di Cordoni e nastri di tutte le qualit, via del Giglio n. 1693.

Gabinetto Letterario.

Vannucchi Giuseppe, Lung'Arno.

Orefici e Orologiari.

Micheletti Oreste orologiaro, Sotto Borgo n. 10.
Santini Antonio, orefice, Sotto Borgo.

Cartolari e librai.

Angioli Francesco, Sotto Borgo.
Federighi Giuseppe, idem n. 90.
Giannelli Luigi, idem.
Guidarelli Alessandro negoziante libraio e tiene ancora un Deposito di generi di moda, Borgo Largo sotto il Gabinetto Letterario Vannucchi.

Istituti.

Moretti Lorenzo maestro patentato della scuola normale di Pisa, direttore dell'istituto Guadagnoli fondato dal celebre e chiarissimo Dott. A. Guadagnoli ora sono 20 anni. In questo Istituto di educazione ed istruzione si trova tutto quanto pu un giovane desiderare sia che voglia addarsi al Commercio e agli studi universitari con adattati metodi e tutti propri. Quindi corso completo di lettura, scritto, aritmetica, geografia, storia, lingua italiana, latina e francese, matematica, eloquenza e Filosofia, via S. Cecilia nello Stabile Pra.

Profumerie.

Martini Pietro parrucchiere e profumiere, Sotto Borgo.

Cererie.

Soldaini Lorenzo, via del Giglio n. 1695.
Prini Giuliano, Lung'Arno.

Fabbricanti di cristalli.

Rondoni Proprietario della fabbrica di Vetri e vendita all'ingrosso e al minuto di bottiglie nere, via delle Vele e proprietario della Filanda di Seta nella sua Villa di Pugnano.
Marconi fabbricante di Cristalli, presso la Barriera Fiorentina.

Calzolerie.

Marziali Ranieri, via S. Martino calzolaro degli II. e RR. Arciduchi (decorato della medaglia all'Esposizione di Parigi).
Alla villa Benuzzi fuori la Porta alle Piagge posta alla sponda dell'Arno, ove si trovano grandi e piccoli appartamenti mobiliati con molta Eleganza, un grandioso e magnifico giardino all'inglese, rimessa, scuderia ecc. a prezzi assai moderati.
Andreoli Baffo Anna laboratorio a macchina per lo stiaccio dei Pinoli e ripulitura dei medesimi.

LIVORNO.

Consoli e Vice Consoli Esteri residenti in Livorno.

Amburgo, Annover, e Lubecca, signor Carlo Grabau, via Borra 2.
America, Sig. Binda, via del Corso Reale 15.
Assia Cassel, sig. Giovanni Enrico Stichling, via Pellettier 6.
Austria, sig. Inghirami Fei Niccola, I. e R. capitano di cavalleria in ritiro, cav. dell'ordine militare di San Giorgio di Parma di seconda classe, Console Generale, via del Pallone 2.
Sig. Marchi Enrico, Cancelliere.
Baviera, sig. Enrico Rodolfo Gebhard, Agente di commercio di S. M. il Re di Baviera, via del Porticciolo 2.
Belgio, sig. Claudio Binard, cav. del R. Ordine Belgico di Leopoldo, Console, piazza d'Arme 37.
Sig. Ernesto Binard Vice console.
Brasile, Manteri sig. Niccola, cav. dell'ord. Portoghese della Concezione e di quello della Rosa del Brasile, Console Generale Onorario.
Martini sig. Gustavo, Cancelliere.
Brema, Vaca.
Chili (repubblica del) sig. Pandely Rodocanacchi, Console, scali delle Farine 3.
Danimarca, sig. Dalgas Cristiano Augusto, cav. del R. Ord. danese del Danebrog, Console, Scali del Ponte di Marmo 1.
Dalgas sig. Federigo, Vice Console.
Due Sicilie, sig. De Tschudy (de' Baroni) cav. commend. I. Giuseppe, Console Generale via Goldoni 11.
De Tschudy (De' Baroni) cav. D. Luigi, Vice Console di nomina Regia.
Equatore (repubblica dell') sig. P. Rodocanacchi, Console, Scali delle Farine 3.
Francia, signor Carlo De Senevier, Console Generale, via Ferdinanda 76.
Chatillon sig. Visconte de St. Victor, Cancelliere.
Gran Brettagna, sig. Macbean Alessandro, Console, via Borra 7.
Sig. Matteo Macbean Fetcher, Vice-Console.
Grecia, sig. cav. Barone Costantino Tossizza, Console Generale via Borra 9.
Sig. Aristide Pappassimo, Cancelliere, Gerente il consolato generale.
Mehlemburgo, sig. comm. Cristiano Appellius, Console, via Borra 3.
Modena, sig. cav. Paolo Tausch de Klockelthum-Roth, Agente consolare, via del Casone 7.
Oldemburgo, sig. Enrico Klein Console, via Ferdinanda 81.
Paesi Bassi, sig. Lodovico Heukensfeldt Slaghek; via Borra 2.
Spakler sig. I. C., Cancelliere.
Parma, sig. cav. Antonio Balaguer e Yrujo, Console Generale, via degli Inglesi 2.
Portogallo, sig. cav. Niccola Manteri, Console Generale via del Porticciolo 3.
Prussia, sig. Cristiano Appelius, via Borra 3.
Russia, sig. Costantino Tschevati, consigliere di Stato di S. M. l'imperatore di tutte le Russie, cav. di seconda classe dell'ordine di Sant'Anna e cav. di prima classe di San Stanislao con la corona imperiale e cav. di quarta classe dell'ordine di San Vladimiro, Console Generale, via della Rondinella 2.
Sardegna, sig. Giuseppe Magnetto, Console Generale, piazza dei Granduchi 6.
Teccio di Bajo signor conte Francesco, Vice-console e Cancelliere.
Doria, sig. Andrea, Applicato consolare.
Sassonia, sig. Guglielmo Hahner cav. del R. ordine sassone del Merito, Console, via Borra 6.
Weilleir sig. Rodolfo, Cancelliere.
Santa Sede, sig. commendatore Vincenzo Calza, Console Generale, via Colonnella 8.
Spagna, sig. cav. Antonio Balaguer e Yrujo, Console, via degli Inglesi 2.
Barela sig. Bartolommeo, Vice-console.
Svezia e Norvegia, sig. Gherardo Stub, Console piazza dei Domenicani 6.
Svizzera, sig. P. N. Fehr Schmle, Console, via del Pallone 1.
Welty sig. Teofilo Federigo, Vice-console.
Tunis, sig. cav. Paolo Tausch de Klochelthum-Roth Console, via del Casone 7.
Turchia, sig. cav. Pietro Tausch, via del Casone 7.
Urugay (repubblica Orientale dell') Pach Francesco, Vice-console, Scali del Monte Pio 3.
Wurtemberg, sig. cav. Odoardo Mayer, Console, via Leopolda 2, e alla Banca di Sconto.

Amministrazioni Pubbliche e private.

Ministro capo d'Uffizio dell'I. e R. Uffizio Telegrafico posto nel Palazzo del Governatore, signor Luigi Tedici.
Ministro capo d'Uffzio dell'I. e R. Uffizio Telegrafico posto presso la Stazione della Strada Ferrata, sig. Luigi Santoni.
Ministro Esattore dell'I. e R. Uffizio del Bollo Straordinario posto in piazza dei Granduchi 8, signor Francesco Baldanzi.
Conservatore all'Uffizio delle Ipoteche posto agli Scali del Monte Pio 3, signor Angelo Bartoli.
Proventuario dell'I. e R. Uffizio dell'Asta via Ferdinanda 36, sig. Giuseppe Luigi. Presidente dell'Accademia Labronica residente sugli Scali del Monte Pio 3, sig. Luigi Fauquet.
Pubblica Biblioteca, agli Scali del Monte Pio 3.
Presidente dell'Accademia del Casino di Livorno posto in San Marco, sig. cav. Conte F. De Larderell.
Presidente del Casino di Commercio posto in piazza d'Arme ai Tre Palazzi, sig. cav. Niccola Manteri.
Presidente alle Stanze Civiche in piazza del Casone, sig. avv. Vincenzo Giera.
Presidente della Cassa di Risparmio posta in via della Posta 1, sig. cav. Stefano Stefanini.
Presidente della Camera di Commercio posta in via della Banca, signor Enrico Bougleux.
Presidente della Societ della Faggetta nei Monti di Miemo, sig. G. E. Gower. Amministratore della Societ Anonima della Miniera carbonifera di Monte Bamboli, sig. Cesare De Mailland.
Agente della Prima Austriaca Societ di Assicurazione in Vienna, sig. Cava Mois, via Ferdinanda 8.
Gerente della Societ della Castellina Marittima di una Miniera di Rame, sig. Enrico Cojoli, via delle Galere 7.
Presidente della Compagnia del Bottino per la coltivazione di Miniere Argentifere presso Pietra Santa e Seravezza in Toscana, sig. Carlo Sansoni nella via della Madonna 8.
Presidente della Compagnia Metallurgica Maremmana, sig. Pietro Fehr Schmole. Compagnia d'Assicurazioni in Livorno ed Agenzia di quelle di Roma e di Francia, signor Samuel Bembaron, piazza d'Arme 29.
Agente della Compagnia d'Assicurazione contro i danni degli Incendi, sulla vita dell'Uomo per le rendite vitalizie, eretta in Milano, sig. Edmo.
Francia.
Agenti Generali della Compagnia Francese d'Assicurazioni La Fenice, sigg. Francesco Malenchini e C., Scali del Corso 4.
Rappresentante della Compagnia di Assicurazioni in Venezia, sig. Ernesto Befani, via Grande.
Governatore Ispettore della Scuola di Belle Arti detta Scuola Michoniana posta nel Refugio, signor cav. avv. Michele d'Angiolo.
I. e R. Uffizio delle Poste posto sulla piazza dei Granduchi
Sig. Filippo Lenzi, Direttore.
Dott. Pietro Ballotti, Ajuto-Direttore.
Sig. Claudio Nigi, Ministro delle francature, cassiere e ministro dei corrieri.
Sig. Francesco Giani, primo bollatore e custode.

Medico-Chirurghi.

Acconci dott. Emilio, fuori della Barriera Fiorentina.
Barsanti dott. Cesare, allo Spedale di S. Barbera.
Galli dott. Giovanni, all'Ardenza.
Mirandoli dott. Ernesto, via della Crimea.
Puccinelli dott. Alberto, via Leopolda 1.

Medici.

Ancona dott. Giacomo, via Maria Antonia 5.
Capecchi prof. Vincenzo, Scali delle Farine 6.
Landini dott. Domenico, via delle Guglie.
Lippi dott. Filippo, piazza San Benedetto.
Vecchi dott. Antonio, via Ferdinanda 14.

Chirurghi.

Balsano dott. Giovanni, Chirurgo Maggiore della Piazza.
Bonamici dott. Diomede, alla Farmacia Crecchi.
Morosi dott. Antonio, via Maggi 1.
Simoni dott. G. Battista, Borgo Cappuccini 4.

Chirurghi-Dentisti.

Carreras Dott. Pietro, via dei Condotti 26.
Simoni Dott. Gio. Batt., Borgo Cappuccini 4.
Rossi Antonio, via San Francesco 39. Il medesimo oltre l'estrazione dei Denti, fabbrica Dentiere artificiali.

Farmacie.

Alessandri Riccardo, via Ferdinanda 3.
Barbacci Marcello, piazza San Benedetto 6.
Bazzani Ottaviano, all'Antignano.
Contessini Maurizio, Borgo Reale 1.
Filippi Giacomo, via del Muro Rotto 4.
Mirandoli Attilio, piazza di Marte 16.

Banchieri.

Adami D. P. e C., via Ferdinanda 5.
Arbib E. e E., via San Francesco 39.
Disegni Jacob e David, via San Francesco 37.
Franchetti A. I. del fu R., via del Monte Vecchio.
Grabau e C., via Borra 2.
Levi Mois Vita, via Ferdinanda 31.
Levi Giacomo, via Reale 30.
Maquay, Pakenham e Smyth, via Borra 7-8.
Raffaelli Riccardo, via Ferdinanda 36.
Saul Salmon, via Ferdinanda 4.
Uzielli Angiolo, via San Francesco 18.

Librerie.

Antonelli Enrico, via San Francesco 35.
Gabinetto Scientifico Letterario, piazza d'Arme 30.
Mansi Vincenzo, Scali del Corso 2.
Mazzajoli Giovanni, via Ferdinanda.

Cartolerie.

Meucci Giuseppe (Insegna la Fenice), via Ferdinanda 77. Oltre le moltissime qualit di carta di Francia e di Toscana, vi si trova un assortimento di articoli da Cancelleria e per uso dei Negozianti. Si vendono i Francobolli Postali, e vi si distribuisce il Monitore Toscano. Deposito di Libri Scolastici tanto Italiani che Francesi.
Razzauti A., via della Posta 5.
Revertegart, via Grande.

Tipografie.

Meucci Francesco, piazza d'Arme.
Sardi Giulio, dal Teatro Rossini.
Vignozzi Egisto, via della Posta.

Fonditori di caratteri da stampa.

Boni Roberto, via del Fante 3.
Ponthonier Emanuel, via degli Apostoli, 1.

Banco di Commissioni.

Piemi Niccol, via Ferdinanda.
Negozianti di seterie Veneziani Pietro e C. negozianti di Seterie e generi coloniali, via della Posta n. 34.

Mode.

Magasin Franais  la ville de Lyon, place du Voltone n. 8., 1 tage.

Fabbricanti di tele incerate.

Wolf Guglielmo, fabbrica di tele incerate nere, colorate e stampate, Pelli inverniciate e patinate, Tessuti impermeabili, lavori di Gomma Elastica e Guttaperca, commissioni di acquisti e vendite.

Chincaglierie.

Folini G. e Chili C. negozio di chincaglierie di Francia e Inghilterra, generi d'Ottica, di Fisica e matematica, istrumenti di marina e chirurgia, articoli diversi via Ferdinanda n. 4.
Zanoja Crist. e F. generi d'ottica e della China, tappeti, maglie di lana Inglesi d'ogni qualit, guanti, chincaglierie di Francia e d'Inghilterra, generi di plaqu, armi e assortimento di posate, via Ferdinanda n. 5.

Fabbricanti di Polveri.

Piennetti Arcangelo fabbricante di polveri piriche e raffinatore di Salnitro.

Locande.

Locanda dei due principi di D. Thomson, grandi e piccoli appartamenti, tavola rotonda e pranzi per fuori, piazza dei Granduchi in faccia la nuova Posta.
Albergo dell'Isole Britanniche, via Ferdinanda n. 33.
Locanda della Gran Brettagna di G. B. Poli e A. Bruni, via Ferdinanda n. 17.
Locanda della Vittoria, via Ferdinanda.
Locanda del Giardinetto, idem.

Caff.

Della Posta, piazza dei Granduchi.
Americano, via Ferdinanda.
Della Minerva, idem.

Bagni di Mare.

Al Moletto, di propriet Garbini.
Dello Scoglio della Regina, a poca distanza dalla Porta a Mare.
Nella Cala dei Cavalleggieri, di propriet di V. Pancaldi.
D. S. Jacopo, di propriet di Giuseppe Palmieri.
Dell'Ardenza, annessi ai Casini.
Dell'Antignano, di propriet di Gaetano Colombo.

Bagni Dolci.

In San Marco, diretti da G. Sgallini.
In via della Pace, di propriet dei Fratelli Mazza.
In via San Cosimo, di propriet di R. Bonaccorti e C.
In via dell'Arena, dei suddetti.
In piazza San Benedetto, di Giuseppe Amidei.
In via dello Spalto, degli Eredi Cappellini.
Scali San Rocco, di Luisa Cianchi, ne' Casalini.
...
.
...
FINE.